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Le banche danno l’ok “Noi azionisti italiani abbiamo fatto tutti un passo indietro”

Lo striscione del traguardo è in vista. Tutte le parti, dopo la fumata bianca di ieri a Palazzo Chigi, professano ottimismo. La partita Alitalia rischia però di deragliare anche all’ultimo chilometro su tre diverse bucce di banana: Etihad, la Ue e – in fondo è sempre lì che si nasconde il diavolo – nei dettagli: quelli fiscali e legali dell’operazione varata ieri. La cosa certa infatti è una sola. «Tutti noi italiani abbiamo fatto un passo indietro e oggi possiamo dire di essere arrivati a un accordo», conferma una fonte vicina alle banche che hanno partecipato in teleconferenza all’incontro con il governo. Intesa che, visto le frizioni dei giorni scorse tra banche e poste, non era scontata.

Oggi così Alitalia spedirà la risposta alle domande di Etihad. E qui, temono diversi dei protagonisti della partita, potrebbero riaprirsi tutte le ferite chiuse a fatica in queste ore. Il vero dubbio – sostengono diverse delle parti in causa – è che a questo punto siano proprio gli emiri a mettere i bastoni tra le ruote, dicendo no alla struttura della “midco” (società cuscinetto) faticosamente messa assieme a Roma su richiesta di Francesco Caio, che non vuole caricare sulle spalle delle Poste l’eredità di perdite e i contenziosi della vecchia Alitalia. Abu Dhabi ha già messo nero su bianco nella lettera spedita lunedì sera a Roma le sue perplessità su questa operazione. «E nessuno di noi dà per certo il loro via libera, anzi», dicono le banche.
Chi vuol vedere il bicchiere mezzo pieno, invece, è sicuro che alla fine diranno sì. Anche perché l’ex compagnia di bandiera rappresenta non solo una pedina decisiva nella strategia di diversificazione internazionale del Golfo, ma pure il primo mattone di altri importanti investimenti nel nostro Paese. Tra cui, dice il tam-tam di settore, nel capitale di Fiumicino attraverso il fondo d’investimento infrastrutturale Adia.
Il secondo ostacolo resta la Ue. La vecchia operazione prevedeva la divisione dell’azionariato dell’ex compagnia di bandiera in due: da una parte con il 51 per cento Cai e dall’altra con il 49 per cento Etihad. Un meccanismo lineare che avrebbe potuto passare senza danni al vaglio di Bruxelles. Ora che è spuntato il terzo incomodo, leggi la “midco”, c’è il sospetto che l’impalcatura fatichi a reggere anche questo esame. Ultimo nodo, i dettagli: i legali erano al lavoro ieri per definire gli aspetti tecnici della struttura finanziaria dell’operazione. E non si era trovata ancora la quadra specie sul fronte fiscale, visto che alcuni soci, specie i patrioti e le banche, rischiano di pagare due volte le tasse sulle cedole che, a suo tempo, dovrebbe essere in gradi di pagare l’Alitalia.
Tutti, ovvio, sperano che alla prova dei fatti le nozze tra Alitalia ed Etihad vadano in porto senza intoppi dell’ultimo minuto. Anche perché persino i sindacati («il matrimonio con Abu Dhabi è la miglior soluzione al mondo», ha detto ieri persino Luigi Angeletti, segretario della Uil) sembrano aver dato ormai la loro benedizione all’alleanza. Scontato, in qualche modo, visto che l’unica alternativa era il baratro.
Un po’ di fuoco, però, brucia ancora sotto la cenere dopo gli scontri al calor bianco tra le banche e i soci tricolori da una parte e le Poste dall’altra dei giorni scorsi. «Se James Hogan dirà no alla struttura della midco – confidava ieri in serata uno dei patrioti della Cai – non ci sono alternative. Riporteremo l’orologio indietro e torneremo alla prima soluzione disegnata. E Caio dovrà farsene una ragione».
Si vedrà. Se tutto andrà bene, però, il profilo azionario della nuova Alitalia è oggi più chiaro. Etihad avrà il 49 per cento, le Poste saranno il vero grande partner industriale con una partecipazione non lontana dal 20 per cento. Quote importanti avranno pure le banche (che convertiranno in azioni i due terzi dei loro crediti dopo aver cancellato gli altri) come Roberto Colaninno, che pare intenzionato a mettere altri soldi, così come Atlantia e i Benetton. L’investimento complessivo degli emiri, alla fine, sarà di circa 1,2 miliardi, con la speranza che siano l’ultima iniezione di capitale necessaria per salvare Alitalia. A fare da spettatori a bordo ring, restano i consumatori. Il dubbio è che il costo dei biglietti possa salire, causa riduzione della concorrenza per i provvedimenti anti-low cost che sembrerebbero in cantiere. Sarebbe l’ultimo ed ennesimo balzello pagato dagli italiani per tenere a galla l’ex compagnia di bandiera.
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