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“Le banche centrali hanno reagito bene basta pessimismo la ripresa ci sarà”

«Le conclusioni dell’incontro di Jackson Hole parlano chiaro: la Fed non ha affatto rinunciato al proposito di alzare i tassi d’interesse. Ed è probabile che lo faccia. Questo sui mercati porterà qualche scetticismo in chi era ormai sicuro che le vicende cinesi avessero fugato quest’ipotesi, però tutto finirà lì: proprio le notizie cinesi sono state assolutamente sopravvalutate. Il loro effetto contagio sui mercati si è esaurito». Allen Sinai, 72 anni, già docente al Mit e poi consulente economico bipartisan di quattro presidenti, da Reagan a Bush figlio, attualmente presidente della Decision Economics, incoraggia ad un moderato ottimismo sull’economia mondiale e a tenere i nervi saldi alla riapertura dei mercati: «Lo sbandamento dovuto alle notizie dalla Cina è stato un contraccolpo eccessivo. Man mano che la razionalità prevale, ci si torna a soffermare sugli aspetti che realmente contano ».
Sarà stata un’iper-reazione però la notizia che la seconda economia del mondo è malata come poteva restare senza conseguenze?
«Proprio questo è il punto. Ho sentito circolare ipotesi di crescita del 3 anziché del 7% grossolanamente esagerate. L’economia cinese, è vero, è un arcano per gli analisti occidentali, poco si sa sulla governance e sui risultati delle corporation e delle banche, ma a quanto ci risulta la situazione non è così catastrofica. La reazione alla svalutazione dello yuan, che tanto scalpore ha suscitato, è stata immotivata. La banca centrale ha avviato le misure di politica monetaria per correggere un andamento insoddisfacente dell’economia: la svalutazione, la riduzione delle riserve bancarie per creare più denaro circolante, il ribasso degli interessi sui quali peraltro ha ancora ampi margini perché il tasso base è al 4,6%, altre iniezioni di liquidità che ricordano il quantitative easing. Dov’è lo scandalo?»
Ma allora cos’è successo sui
mercati?
«Ha contribuito il fatto che la notizia è arrivata in agosto, quando anche in America e nel nordeuropa, malgrado quello che si pensa in Italia, gli operatori sono in vacanza. Le contrattazioni sono scarse e bastano pochi movimenti per generare sbalzi nelle quotazioni. E’ successo con le crisi dell’euro negli anni scorsi e in altre occasioni. Non voglio dire che non sia successo niente, solo che le ripercussioni sono state eccessive ».
Forse ha contribuito l’andamento incerto dell’economia europea.
«Anche in questo caso c’è troppo pessimismo. La Bce ha giocato la carta vincente con il quantitative easing, che in compensa i guasti provocati dalle eccessive misure di austerity che hanno fiaccato la crescita. Ora questa ripartirà per gli effetti sia diretti che indiretti (il cambio dell’euro) del Qe. Solo che serve tempo: l’America ha lanciato il Qe sei anni fa, la Gran Bretagna poco dopo: i risultati si stanno vedendo adesso. Il trasferimento di risorse all’economia reale, il ripristino della fiducia, il riavvio degli investimenti, sono sviluppi che non avvengono dall’oggi al domani. Anche il Giappone ha lanciato il suo Qe, e anche lì per gli effetti occorre attendere. Ma poi sono effetti strutturali: guardate all’America che è cresciuta del 3,7% nel secondo trimestre e secondo i nostri calcoli chiuderà l’anno al +2,6 e andrà ancora meglio nel 2016. Solo un’avvertenza: come avvenuto negli altri casi, è importante che la Bce prolunghi il Qe oltre la scadenza del settembre 2016, ampliando il raggio dei titoli che potrà acquistare ad ancora altre obbligazioni e titoli delle società».
L’Europa però ha anche a che fare con la crisi greca. E’ ininfluente?
«Mi sembra che la Grexit sia scongiurata qualsiasi sia l’esito delle elezioni del 20 settembre. In ogni caso, la Grecia è un’economia troppo piccola, se si guarda al mondo ma anche alla sola eurozona, per trascinare nel baratro l’occidente. Anche qui c’è stato un caso di iper-reazione emotiva dei mercati. Che poi l’euro sia costruito male, che manchi un’unione politica che lo sostenga, che si siano sbagliate le ricette contro la crisi della periferia, è tutto vero ma è un’altra storia. Spero che la lezione sia servita».
Tornando all’America, per concludere, quale rialzo dobbiamo aspettarci il 17 settembre?
«Credo che, questo sì, la Fed si muoverà con gradualità. Per ora alzerà fra lo 0,25 e lo 0,50 il tasso di riferimento che oggi è allo 0,25%, e poi si fermerà fino all’inizio del 2016. Intanto l’inflazione arriverà al target prefissato. Non mi sembra un rialzo tale da scuotere un’economia, quella americana, che per la prima volta da molti anni è in positivo su tutti e cinque i fondamentali: fiducia dei consumatori, redditi da lavoro, posizione finanziaria delle famiglie (con collegata la capacità di prendere prestiti), “sentiment” degli imprenditori, basso costo dell’energia con tutto il conseguente effetto-ricchezza presso le aziende. L’America è sufficientemente forte da fare da locomotiva mondiale, anche da sola. L’Europa sarà la prima a trarne beneficio».
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