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Le banche centrali e l’arma della liquidità

La “guerra delle valute” non piace al G-7. Il gruppo dei grandi Paesi industrializzati sta valutando di diffondere un comunicato prima della riunione del fine settimana a Mosca, dove ministri finanziari e governatori si incontreranno poi nel G-20 con quelli delle economie emergenti, per calmare le acque sui mercati, dove l’ipotesi di una corsa alla svalutazione del cambio da parte dei maggiori Paesi potrebbe essere un elemento destabilizzante.
La preoccupazione del G7
La dichiarazione dovrebbe contenere due elementi: la riaffermazione che i cambi devono essere «determinati dal mercato» e l’impegno a evitare di utilizzare la politica monetaria e fiscale per svalutare le rispettive monete. Quest’ultima espressione è un po’ più forte del consueto richiamo a evitare volatilità eccessiva, movimenti disordinati e svalutazioni competitive, ma non è ancora chiaro se sarà adottata nella formulazione finale.
L’offensiva giapponese
A ravvivare i “venti di guerra” sul fronte di cambi è stata la posizione del nuovo Governo giapponese, che sembra determinato ad adottare politiche di rilancio dell’economia che passino anche attraverso la svalutazione dello yen, il quale, di fatto, ha perso nettamente quota nelle ultime settimane, superando ormai il livello di 90 sul dollaro, dopo aver stazionato per quasi tutto il 2012 sotto gli 80.
I pronunciamenti del G-7 sono ormai un evento raro, da quando il foro di discussione dell’economia internazionale si è allargato ai Paesi emergenti, e l’indicazione che quelli che un tempo venivano definiti i “sette grandi” stiano preparando un intervento pubblico è un segnale della preoccupazione delle autorità.
Il Giappone vorrà però evitare di essere sconfessato dai maggiori partner e quindi punta a un comunicato più blando o addirittura nessun comunicato. Nei giorni scorsi, con mossa tipica di Tokyo prima dei vertici internazionali per placare eventuali critiche, il ministro delle Finanze, Tarso Aso, ha ammesso che la svalutazione dello yen è stata troppo rapida.
Non saranno comunque le sole resistenze giapponesi a far sì che dal G-7 esca una dichiarazione troppo forte. I grandi arrivano infatti a Mosca in ordine sparso sul tema dei cambi e avendo alle spalle politiche economiche ben diverse. Stati Uniti e Gran Bretagna, con i tassi d’interesse a zero o ai minimi, hanno infatti intrapreso dopo la crisi, e continuano, una massiccia politica di acquisto di titoli che rappresenta una netta espansione della politica monetaria (quantitative easing).
Europa in ordine sparso
La Federal Reserve ha esplicitamente sposato l’obiettivo della riduzione della disoccupazione e il comitato di politica monetaria della Banca d’Inghilterra ha spiegato la settimana scorsa di esser disposto ad accettare un’inflazione sopra l’obiettivo anche per un lungo periodo. In entrambi i casi l’effetto è di deprimere il cambio.
L’eurozona è divisa. Il presidente francese François Hollande vede nell’euro forte un serio problema e vorrebbe addirittura l’adozione di un obiettivo di medio termine per il cambio. Il suo ministro dell’Economia, Pierre Moscovici, ha denunciato ieri il comportamento «aggressivo» nella gestione della politica valutaria dei partner. Il presidente della Bundesbank, Jens Weidmann, però, sempre ieri ha detto di non ritenere l’euro «seriamente sopravvalutato» (e già in quel «seriamente» c’è una concessione alla preoccupazioni altrui) e che adottare politiche per la svalutazione del cambio porta all’inflazione. La competitività, ha ricordato, si recupera con misure stratturali che devono prendere i Governi, non le banche centrali.
Il dilemma della Bce
Tuttavia, la Banca centrale europea terrà d’occhio gli effetti dei movimenti del cambio sull’inflazione, ha detto, in questo per una volta in sintonia con il presidente della Bce, Mario Draghi, che la settimana scorsa ha fatto capire che l’Eurotower potrebbe entrare in azione, qualora il rafforzamento dell’euro spingesse l’inflazione troppo in basso.
L’intervento “verbale” di Draghi è servito a frenare temporaneamente il rialzo dell’euro. Peraltro, il capo dell’Eurotower ha tenuto a sdrammatizzare la “guerra delle valute”. I mutamenti nei cambi, ha osservato, non sono deliberati e non si configurano come svalutazioni competitive, ma sono il risultato di politiche per rilanciare le economie.
Nella discussione, si inseriranno al G-20 gli emergenti: la Cina, sempre nel mirino per la sua politica di spingere l’export tenendo il cambio sottovalutato, terrà un basso profilo, contenta che per una volta i riflettori si spostino sul Giappone; il Brasile, il cui ministro Guido Mantega è l’autore dell’espressione “guerra delle valute”, ha insistito ancora nei giorni scorsi che la questione potrebbe aggravarsi se anche l’Europa entrasse nella partita.
Il ruolo degli emergenti
Ma non è certo una potenza non belligerante: da mesi infatti è in campo con misure di ogni tipo per evitare, e anzi invertire, la rivalutazione del real. E a Mosca, anche se come semplice invitata, ci sarà anche la Svizzera, che è stata la prima a dar fuoco alle polveri, fissando il muro dell’1,20 sull’euro al rialzo del franco e difendendolo con pesanti interventi sui mercati.

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