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Le banche centrali in campo

Un’euforia smorzata dallo scetticismo e dai timori delle autorità finanziarie internazionali. «Le criptovalute e i beni virtuali hanno offerto una promessa, ma sono stati anche utilizzati per riciclare i profitti dei trafficanti di droga online e per finanziare il terrorismo», ha avvertito il segretario al Tesoro degli Stati Uniti, Janet Yellen, intervenuta a una tavola rotonda sull’innovazione nel settore finanziario. «Le criptovalute comportano un’esplosione di rischi come quelli legati alla cybersecurity, aumentati in maniera esponenziale durante la pandemia da Covid-19».

Alle parole della Yellen hanno fatto eco quelle del presidente della Banca centrale europea Christine Lagarde, secondo cui il bitcoin ha creato alcuni business divertenti, ma è un asset speculativo, spesso usato per il riciclaggio. «Anche se alcuni sostengono che ne detiene alcune caratteristiche, il bitcoin non è una valuta, perché non ha la stabilità che sarebbe richiesta per essere una moneta. Secondo la nostra analisi, è un cripto asset digitale e penso che in molti casi sia stato sfruttato in modi buffi».

È per questo che le principali banche centrali si stanno muovendo per dare una forma regolamentata alle valute digitali nella consapevolezza che la moneta del futuro dovrà viaggiare esclusivamente in rete.

Dalla Federal reserve alla Banca centrale europea, dalla Bank of China al Banco do Brazil, sono molteplici i progetti di criptovalute «di Stato» già in essere.

Alcune, come Cina e Brasile, a uno stadio già avanzato. Altre, ancora in fase di studio e valutazione come nel caso di Fed e Bce.

«Per l’introduzione dell’euro digitale saranno necessari realisticamente 4 o 5 anni. Dovremo inoltre consultare le altre istituzioni e autorità europee. La Bce ha costituito un gruppo di lavoro con la Commissione europea», ha spiegato Fabio Panetta, membro dell’esecutivo della Bce. «Non siamo in ritardo ma stiamo procedendo al passo con le altre principali banche centrali. Il mercato si evolve rapidamente, ma noi dobbiamo essere certi al 100% di offrire un prodotto della massima qualità. E questo richiede del tempo».

In ogni modo, ha precisato Panetta, una sperimentazione simile a quella che sta conducendo la Banca centrale cinese potrebbe essere una possibilità. Il cronoprogramma di Francoforte prevede che all’inizio dell’estate vengano presentati al Consiglio direttivo della Bce i risultati di un’analisi esplorativa. Se il Consiglio dovesse decidere di proseguire, allora si dovrà individuare l’ambito operativo e la soluzione tecnica da adottare per l’euro digitale. Lavoro che richiederà almeno 18 mesi. A quel punto, il Consiglio direttivo della Bce dovrà adottare un’altra decisione, per avviare la fase realizzativa della soluzione scelta.

«I cittadini usano sempre meno il contante ed effettuano sempre più pagamenti digitali, al supermercato come online», ha continuato Panetta. «Oggi un europeo su due preferisce pagare con strumenti digitali, secondo una tendenza in atto da tempo e accelerata dalla pandemia. Oltre che il contante, i consumatori richiedono, in misura crescente, mezzi di pagamento digitali efficienti, in grado di garantire la riservatezza e utilizzabili ovunque nell’area dell’euro. Noi vogliamo essere pronti a rispondere tempestivamente a questa esigenza, che secondo gli esperti proseguirà, rafforzandosi».

Ma quali differenze ci sarebbero tra l’euro digitale e gli strumenti di pagamento già in uso come Apple Pay, Google Pay e PayPal? «La maggiore preoccupazione dei cittadini è la tutela dei propri dati, della privacy», ha concluso Panetta. «Ritengono importante evitare un uso improprio dei loro dati personali: una garanzia che può essere offerta in pieno dalla banca centrale. Inoltre, la possibilità di ricorrere alla moneta della banca centrale evita la dipendenza nei confronti di fornitori che potrebbero dominare il mercato dei pagamenti e sfruttare il proprio potere di mercato al fine di innalzare le commissioni a carico dei consumatori».

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