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Le banche allontanano l’incubo Atene

di Fabio Pavesi

Per mesi è stato uno spauracchio, o meglio l'incubo delle banche. Non solo quelle greche ovviamente, con quei 60 miliardi di bond ellenici depositati nei loro portafogli, ma anche dei colossi del credito di Francia e Germania, esposti rispettivamente per 53 e 34 miliardi verso il rischio sovrano della Grecia. Le banche italiane con solo 1,3 miliardi sono sempre state immuni dal contagio diretto di Atene. Ora quell'accordo che di fatto allontana il crack ha fatto tirare un sospiro di sollievo. Basti vedere il riscontro della Borsa, quella di Atene, salita del 2,54%. Trascinata in alto dalla volata del primo istituto del Paese, la National Bank of Greece che ha chiuso la seduta con un poderoso 10,6%. Accompagnata in tal senso da Eurobank (+6,82%), l'istituto che ha fallito il recente stress test europeo e seguita a ruota da Piraeus Bank con un apprezzamento del 5,8%. Ma la schiarita ha fatto correre, non a caso, proprio i big del credito di Francia e Germania. Bnp Paribas con i suoi 8 miliardi di esposizione ai titoli greci è salita del 4,2%; Commerzbank con il suo fardello di 4,5 miliardi di bond di Atene ha spiccato un volo del 9,5%. E anche Milano ha partecipato alla festa con UniCredit e Intesa Sanpaolo a salire di oltre il 9 per cento. Ma il sollievo di oggi sarà sottoposto alla verifica della realtà. Quanto questo accordo chiude per davvero il capitolo crack? Qual è l'impatto concreto sui bilanci delle banche e perché no della stessa Bce che si ritrova in pancia, secondo le stime di Ubs, 65 miliardi di obbligazioni ateniesi, pari al 20% dell'intero debito greco che vale 330 miliardi?

Difficile fare stime e gli analisti per ora non si pronunciano in attesa di capire tutti i dettagli della bozza di accordo.

Resta comunque sul tappeto la portata di un intervento «eccezionale» come è definito nel testo del documento che spiega che «il settore finanziario ha manifestato la sua volontà di sostenere la Grecia su base volontaria, attraverso un menu di opzioni (sostituzione di bond, roll-over, e buyback) a condizioni di prestito paragonabili a quelle del sostegno pubblico». Le banche europee dovrebbero così andare "volontariamente" a una rinegoziazione del debito: scadenze allungate e tassi più bassi. Con in più il fondo salva-Stati che potrà operare sul mercato secondario delle obbligazioni. Se è così il tutto potrebbe tramutarsi addirittura in un vantaggio per le banche più esposte. Quei titoli sono stati acquistati in tempi anche lontani, probabilmente al valore nominale o poco meno. Oggi dopo la deflagrazione della crisi greca quei titoli valgono il 40-50% in meno. «Se di fatto – spiega un autorevole operatore di Piazza Affari – il taglio derivante dall'accordo vale un 20-30%, le banche si ritroverebbero non perdite, ma al contrario guadagni sui titoli che detengono in portafoglio».

E così quella montagna di quasi 100 miliardi di titoli del debito di Atene che pesano da tempo sui bilanci delle banche europee potrebbero rivelarsi addirittura un'opportunità. Per ora, banche greche in testa, le obbligazioni "carta straccia" della Repubblica ellenica sono nascoste nelle pieghe dei bilanci. In che senso? La gran parte dei titoli è classificata nei portafogli da detenere fino a scadenza, cioé è di fatto immobilizzata. Questo ha consentito a una banca come National Bank Of Greece che da sola detiene 19 miliardi di obbligazioni di non ricorrere a svalutazioni. La ciambella di salvataggio costituita dalla possibilità che il fondo salva–Stati possa operare sul mercato secondario dei titoli ellenici toglie così le castagne dal fuoco a molti istituti che sulla Grecia hanno fatto il passo più lungo della gamba. Lo rileva un recente studio di Deutsche Bank che ha condotto un proprio stress test sulle banche con criteri più restrittivi dell'Eba. Un Core Tier 1 al 7% e una svalutazione del 44% del debito greco. Ebbene il fabbisogno di capitale per il sistema del credito in Europa sarebbe di ben 50 miliardi. Poi è arrivato l'accordo di ieri ad allontanare (per ora) gli incubi greci.

 

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