Siete qui: Oggi sulla stampa
Oggi sulla stampa

Le aziende italiane? Colpite tre volte

Si può anche solo immaginare che la pressione fiscale sulle imprese possa calare, in Italia? Secondo il sottosegretario all’Economia, Vieri Ceriani, sì. Pur nella prudenza che ha contraddistinto la sua presentazione alla stampa del rapporto del Fondo monetario internazionale sulla delega fiscale (si veda a pagina 3), Ceriani ha dato qualche indicazione sul tema: «Verificare il trattamento degli utili trattenuti, nei diversi tipi di imprese, cercando di avvicinare quelli delle società individuali e di persone al trattamento di quelle di capitali». Ma non sarà per nulla facile raggiungere un simile obiettivo.
I problemi sono due. Il primo è la pressione fiscale in quanto tale. Che però è difficilmente misurabile in modo accurato e comunque non è troppo più alta rispetto agli altri principali Paesi d’Europa. Il secondo è che in Italia il fisco viene percepito come ostile al contribuente e la certezza del diritto manca. E queste ultime sono carenze croniche, forse ancora più difficili da eliminare, come dimostra la loro persistenza da decenni.
Quanto alla pressione fiscale vera e propria, l’Italia con il suo 27,5% occupa una posizione di metà classifica nella graduatoria internazionale dell’Ocse (si veda la tabella qui a fianco). Ma questo dato fotografa la realtà in modo molto parziale. Innanzitutto perché riguarda la sola Ires e non tiene conto dell’Irap, che pesa per il 3,9%. Ma, soprattutto, esclude i contributi, che in Italia sono tra i più alti al mondo e sono determinanti nel far raggiungere quel totale di 68,5% che penalizza particolarmente le imprese che si trovano a operare in Italia o decidono di farlo (si veda la scheda sulla destra).
Va poi precisato che – come per tutti i confronti internazionali sulla tassazione – quello dell’Ocse risente della difficoltà di considerare e quantificare con precisione tutte le varie forme di prelievo applicabili nei vari Stati, che sono molto disomogenee. Possono esserci tributi di natura ed entità tanto particolare da non poter essere inseriti nei conteggi.
E, se anche questo fosse possibile, non si arriverebbe ancora a un quadro totalmente attendibile perché ci sono da considerare detrazioni e deduzioni, che influiscono sul calcolo dell’importa da pagare quanto e più delle aliquote pure e semplici. Uno degli esempi più chiari è proprio quello dell’Irap italiana, esclusa dai conteggi dell’Ocse: l’aliquota è solo del 3,9%, ma non è consentito dedurre né i costi del personale né gli oneri finanziari.
Pur con tutti questi limiti, la tabella Ocse qui a sinistra evidenzia che l’ordine di grandezza della pressione fiscale “pura” (cioè la tassazione sui redditi d’impresa, escludendo i contributi) non è tanto distante tra i principali Paesi del nucleo storico della Ue: a livelli di tassazione inferiori al 20% si arriva solo nelle nazioni emergenti dell’Est, che ovviamente puntano sulla leggerezza del prelievo per attirare gli investimenti dall’estero.
Per questo, quando si parla della scarsa competitività dell’Italia anche rispetto ai Paesi “storici” che non offrono aliquote di particolare favore, va visto pure l’aspetto dell'”atteggiamento” del fisco verso il contribuente. È una questione di certezza del diritto, messa continuamente a dura prova dal susseguirsi delle norme, delle interpretazioni (giurisprudenziali e non) contrastanti e dalle proroghe decise all’ultimo momento. C’è poi la questione del rapporto che l’amministrazione finanziaria costruisce con il contribuente, per esempio utilizzando in modo i tanti strumenti presuntivi messile a disposizione dalle leggi in un modo tanto discrezionale da essere spesso percepito come vessatorio.
Cose sconosciute all’estero. Dove si arriva anche a casi come quello della Svizzera, dove uno straniero che voglia trasferirsi nel Paese può intavolare una sorta di trattativa con il fisco per “concordare” il livello di tassazione, in cambio del suo impegno a produrre ricchezza per l’economia locale.

Print Friendly

Condividi su

Potrebbe interessarti anche
Oggi sulla stampa

Non è stata una valanga di adesioni, ma c’è tempo fino a domani per consegnare le azioni Creval ...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Un altro passo avanti su Open Fiber, la rete oggi controllata alla pari 50% da Cdp e Enel, per accel...

Oggi sulla stampa

Oggi sulla stampa

Il «passaggio di luglio» con la fine del blocco dei licenziamenti per le imprese dotate di ammorti...

Oggi sulla stampa