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Le armi per battere il mal di spread

di Giuditta Marvelli e Marco Sabella

Ma ti ricordi quell'autunno con i Btp al sette per cento? La scommessa di chi sta lavorando per ricostruire la credibilità dell'Italia agli occhi dei mercati internazionali è quella di far sì che, tra qualche anno, pur nostalgici del welfare state perduto, possiamo diventare titolari di una preziosa memoria da scampata catastrofe.
La settimana scorsa i nostri titoli di Stato sono finiti sul percorso di infamia già patito dai tre Paesi più deboli (Grecia, Portogallo e Irlanda) e nella giornata di mercoledì, quando la distanza di rendimento tra Bund e Btp ha toccato i 575 punti, non sono mancate le diagnosi di morte cerebrale del paziente perché «dal sette per cento non si torna indietro». Diagnosi premature — per ora — visto il rientro a quota 456 realizzato nei due giorni successivi (vedi mappa ragionata dei rendimenti dei titoli di Stato a pagina 16).
Ma è vero che dal 7% non si torna vivi? Per i Pig appena citati (la s, cioè la Spagna, è uscita per ora dai riflettori della speculazione) in effetti è andata così: raggiunto il 7% è partito il salvataggio internazionale.
Limiti
«Il problema è che ogni Paese è insolvente a un determinato livello di rendimento», spiega Andrew Garthwaite di Credit Suisse, nella sua ultima analisi dedicata all'Italia. Per reggere il 7% con un debito come il nostro che rappresenta il 120% del Pil ci vuole un avanzo primario proporzionale allo yield dei titoli di Stato. E quindi decisamente più elevato di quello che possiamo mettere in campo. Indispensabile la retromarcia — inizialmente secondo Garthwaite basterebbe tornare stabilmente al 6-6,5% — abbinata però alla crescita. E, magari, ad un'aiuto internazionale.
«I mercati vogliono una road map precisa delle prossime mosse della politica: solo così il valore legato ai fondamentali dell'Italia potrà essere liberato», dice Bruno Rovelli, capo dell'investment advisory di BlackRock Italia. E il valore «imprigionato» si può descrivere con i numeri dell'ultimo rapporto sulla stabilità finanziaria firmato dalla Banca d'Italia: l'avanzo primario previsto al 2,6% del Pil nel 2012 è tra i più alti del mondo sviluppato. La Germania, per dire la prima della classe, si ferma allo 0,8%. Inutile girarci intorno, però: in caso di rendimenti inchiodati al 7% quel 2,6% è una coperta troppo corta. Al massimo può fungere da scialle.
Ma torniamo al valore in gabbia: la ricchezza delle famiglie è ampia (8 volte il Pil, se si contano beni immobili e investimenti) e i debiti privati molto bassi, pari a solo il 45% del Pil, contro il 66,3% della media Ue.
Se poi si sommano i debiti pubblici e privati (nostri e altrui) l'Italia totalizza un virtuoso 254%, mentre in Europa si viaggia al 273%. Medaglie da appuntarci sul petto, mentre tenteremo — armati di un nuovo governo — di vincere la battaglia con la speculazione.
Frenata
Ci vorrà tattica e anche un po' di fortuna globale: perché alle spalle del campo di battaglia si profila la recessione. Un nemico comune per l'Europa dei deboli e dei forti, in grado di affossare i conti della crescita. E quindi di diminuire le probabilità di vittoria. Il rallentamento non è ancora una certezza, ma le probabilità che si manifesti sono elevate. Secondo le ultime previsioni di Goldman Sachs gli utili delle 600 aziende più capitalizzate del Vecchio Continente nel 2012 potrebbero scendere del 10%, mentre in Asia (+7%) e negli Stati Uniti (+2%) c'è ancora qualche margine per i profitti. «Abbiamo più fiducia di qualche mese fa nelle azioni degli Usa e in quelli dei Paesi Emergenti — spiega Giordano Lombardo, a capo degli investimenti di Pioneer Investments —. Ma per l'Europa la recessione è quasi certa. A meno di non immaginare un azzeramento dei tassi».
I multipli del Vecchio Continente sono bassi: l'indice quota 9 volte gli utili, contro le 12 di Wall Street. Così, per ammissione di chi tiene il portafoglio azionario non troppo esposto all'Europa pericolante, della globalizzazione ci si può vendicare con la strategia della matrjoska. Gli investitori vanno a caccia di aziende europee con dentro fatturati americani ed asiatici.
In Piazza Affari, ostaggio perfetto della sfiducia da debito, Citi ha individuato un manipolo di Italian misnomers («Italiani di nome, non di fatto»), con il 40% di fatturato prodotto fuori dall'euro. «La moneta unica? Sopravviverà — dice Willem Buiter, chief economist della casa americana —, ma non sarà una passeggiata».

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