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Le app valgono oro ma la sfida è farsi notare

Fino al 2008 non esisteva, oggi è un dato di fatto. L’app economy, nata con il negozio digitale di Apple e cresciuta con Android di Google, secondo i dati dell’azienda guidata da Tim Cook ha permesso agli sviluppatori europei di guadagnare 10,2 miliardi di euro (la cifra a livello mondiale è di 36,5 miliardi di euro). In Italia ci sono 264mila sviluppatori iOS registrati e, sempre secondo Apple, 75mila posti di lavoro attribuibili all’App Store, 241mila in Europa. Uno studio Deloitte voluto da Google parla di 439mila posti in Europa legati alle app Android.
Quello di «posto di lavoro», quando si parla di sviluppo software, è un concetto scivoloso. Quel numero contempla chi ha tratto vantaggi economici da questo passaggio tecnologico e calcola, secondo il metodo di Progressive Policy adottato da Apple, anche l’indotto. Molto diverso dal vecchio posto fisso. Gli analisti dicono che questa economia crescerà, anche se avere successo per una app oggi è molto più difficile. «La vera sfida non è realizzarla ma farla usare agli utenti» spiega Marta Valsecchi, direttore dell’Osservatorio Mobile B2c Strategy del Politecnico di Milano. Nonostante ce siamo a dispozione circa 3 miloni, gli italiani hanno in media 30 app sullo smartphone e ne utilizzano soltanto 5 al giorno e 13 nel mese. Sono sempre le stesse e in mano ai soliti noti, Facebook su tutti.
L’opportunità arriva dal fatto che «gran parte delle startup ha un business legato alle applicazioni» continua Valsecchi. Sono nati nuovi lavori e allo stesso tempo alcuni “vecchi” sviluppatori web si sono riconvertiti: c’è lo sviluppo, le agenzie che si occupano di promozione delle app, gli analytics, chi fa i test prima di andare sul mercato; infine la App store optimization (Aso), riedizione del Seo (fa in modo che la app sia meglio rintracciabile nel negozio digitale). Non c’è startupper che non dica che la parte più difficile del lavoro è assumere le persone giuste. Specie tra gli sviluppatori. In Silicon Valley sono quasi impossibili da trovare perché i più bravi vanno a Apple, Google e Facebook: non si muovono per meno di 100mila dollari l’anno, anche molto giovani. In Italia a un’azienda costano in media meno della metà, ma a mancare non è tanto la disponibilità quanto la qualità. Più facile reperire le professionalità capaci di sviluppare con i linguaggi web.
C’è fermento nella formazione: il 4 maggio partirà la terza edizione della Samsung App Academy in collaborazione con il Politecnico di Milano. Gli organizzatori dicono che i primi 60 studenti, di varia estrazione, si sono inseriti nel mondo del lavoro, anche fondando startup. Nei prossimi mesi invece si avranno i dettagli della scuola per lo sviluppo di App che Apple ha deciso di far sorgere a Napoli che ospiterà 600 studenti all’anno. Android in Europa ha il 76,4% del mercato contro il 22,2% di iOS (Kantar), anche se i possessori di Apple sono più disposti a spendere, e il controllo di Cupertino mantiene standard qualitativi più elevati.
Hanno sempre più importanza interfaccia e usabilità: per questo sono molti ricercati UX e UI designer, e in Italia sono pochi. «Negli anni scorsi c’è stata una corsa, specie da parte delle grandi aziende, ad avere la propria app. Spesso si è puntato su velocità e quantità con il risultato di trovare brutte recensioni sugli store» conclude Valsecchi. Dopo web e app, ora si guarda con curiosità ai bot: ovvero le risposte che possono arrivare via chat sfruttando l’intelligenza artificiale. Una modalità di interazione tra utenti e aziende e servizi. Hanno deciso di scommetterci WeChat, Line, Facebook, Slack e Telegram.

Luca Salvioli

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