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Le ansie del Colle: inimmaginabile tornare indietro

di Marzio Breda

ROMA — È inimmaginabile tornare indietro. La soluzione è obbligata. Si tratta di costruirla su un impianto più o meno forte, con un orizzonte temporale più o meno lungo. Sulla «mission» di Monti, del resto, si è già raccolto un largo consenso durante il consulto di domenica del capo dello Stato. A questo punto spetta al premier incaricato definire il programma, la composizione e le prospettive del nuovo esecutivo, in modo di coagulare su una proposta precisa la maggioranza destinata a sostenerlo in Parlamento. Lo sta facendo e probabilmente chiuderà il cerchio entro stasera. Inutile dire che da quassù si tiene un filo diretto con lui.
Ecco come al Quirinale vedono la prima giornata di consultazioni di Mario Monti, sulle quali sono aperti con i partiti negoziati che si rivelano ancora faticosi. Tra schermaglie tattiche, richieste di garanzie, timori per i rispettivi elettorati, tentazioni di sabotaggio, il posizionamento al fianco del nascituro governo non è del tutto completato. Certi rilanci sembrano anzi mirati a limare i nervi di chi è all'opera per questo difficile varo. Come lo schiaffo della Lega, che ha scelto di disertare i colloqui ai quali era invitata e il cui leader Umberto Bossi ha contattato telefonicamente il professore solo per confermargli l'indisponibilità a votare la fiducia per lui (sui singoli provvedimenti, chissà…). Tutto ciò mentre dalla segreteria politica di Via Bellerio si annunciava per il 4 dicembre la riapertura del «parlamento della Padania».
Una provocazione scontata, dato l'atteggiamento preso dai dirigenti lumbard in questa fase. Ma un atto polemico per il quale stavolta qualcuno ha parlato di «sfregio istituzionale» e che di sicuro non è piaciuto sul Colle, dove si è però deciso di non replicare. E ha fatto finta di nulla pure Giorgio Napolitano, che ieri è tornato a incitare tutti a «sprigionare uno sforzo comune, collettivo, che purtroppo negli ultimi tempi è mancato».
Tra un contatto e l'altro con Monti, il capo dello Stato ha voluto comunque mantenere gli impegni già calendarizzati dal suo cerimoniale e, presentandosi a un convegno sull'Europa promosso dall'Accademia dei Lincei, si è concesso una battuta rivelatrice. «Dirò parole brevi perché è bene che non ne aggiunga troppe a quelle che mi tocca pronunciare in questi giorni… Anch'io in un certo senso mi occupo di ricerca: la ricerca di soluzione a problemi spinosi della nostra vita istituzionale».
Guardacaso, è la definizione in pillole del ruolo che sta svolgendo. Cioè il particolare tipo di impegno che, secondo la sintesi del giurista Carlo Esposito, in determinate stagioni storiche può obbligare il presidente della Repubblica a compiere uno scatto in avanti e a vestire i panni del «reggitore degli stati di crisi». E questo è proprio uno di quei casi, lascia intendere Napolitano: «Una fase delicatissima e cruciale», appunto, «in cui dobbiamo realizzare la massima coesione per permettere all'Italia di essere protagonista come lo è stata in passato».
Ora, quello di far lievitare l'invocata coesione è il compito affidato a Monti. Ieri, da tanti diversi segnali «esterni» al sondaggio da lui convocato a palazzo Giustiniani, ha verificato di persona quanto rimanga scivolosa la mediazione. Infatti, a parte l'incondizionato appoggio del Terzo polo, sui versanti del centrodestra e del centrosinistra — il cui voto è indispensabile per raggiungere la «larga intesa» richiesta — si continuano a registrare esitazioni e umori più o meno negativi o incerti. Il Pdl, ad esempio, nonostante un Berlusconi apparentemente morbido, attraverso i suoi falchi sembra alzare la posta in maniera quasi ostativa, con resistenze tenaci e condizioni ruvide. Mentre il Pd appare ancora, diciamo così, vagamente timido.
Il premier incaricato, come anche Napolitano, avrebbe voluto che l'appoggio di queste due forze politiche fosse reso più esplicito e saldo attraverso il coinvolgimento nella squadra dei ministri (per il resto formata soltanto di tecnici) di qualche loro figura di primo piano. Magari addirittura dei segretari di partito: ambizione comprensibile, per sentirsi coperte le spalle. Una richiesta non accolta perché c'è evidentemente il timore di ciò che potrebbe produrre, come ricaduta presso i rispettivi elettorati, un eccessivo coinvolgimento in un'azione di governo necessariamente dura e di sacrifici.
Qualche nodo (questo e la durata del governo, oltre all'incognita su certe riforme urgenti) resta insomma da sciogliere. Al Quirinale, per prudenza, non si vuole dare nulla per scontato sulla forza e sulla solidità del risultato finale. Nulla, tranne il fatto che tornare indietro da tale scelta è inimmaginabile.
 

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