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L’azienda in perdita è ok

È coerente il comportamento dell’imprenditore che, in presenza di segnali anche lievemente positivi di ripresa, insista fino ai limiti dell’irragionevolezza nell’attività svolta (seppur con perdite fiscali), confidando nella cessazione degli elementi di crisi e nella crescita economica. Ai fini dell’accertamento fiscale, dunque, non è legittima la presunzione dell’Agenzia delle entrate secondo cui l’insistenza nel condurre un’azienda, che sia andata in perdita per qualche anno, rappresenti un comportamento «anti-economico» e, come tale, necessariamente sintomatico di maggiori redditi non dichiarati.

La sentenza della Ctr di Milano (n. 01/08/13 dello scorso 10 gennaio) rappresenta un’interessante chiave di lettura, in merito al dibattuto tema della presunzione di «anti-economicità» e irrazionalità delle scelte imprenditoriali quale base per procedere ad accertamento tributario. Accade sovente che le agenzie fiscali emettano i propri atti impositivi, legittimando la ricostruzione induttiva dei redditi sulla scorta di situazioni di disequilibrio economico evidenziate nelle dichiarazioni dei contribuenti. Continuare a condurre un’azienda che sia andata in perdita per più anni, o che abbia realizzato dei profitti esigui (magari inferiori agli stipendi mediamente corrisposti ai propri dipendenti), è circostanza idonea, secondo l’Agenzia delle entrate, per disattendere le scritture contabili e le dichiarazioni fiscali e individuare, induttivamente, una più congrua e soddisfacente situazione reddituale. Altrimenti, sostiene l’agenzia, se tali perdite o disequilibri fossero reali, sarebbe più conveniente per l’imprenditore cessare e liquidare l’azienda, piuttosto che continuare a insistere in una fallimentare gestione.

Interessante, invece, la lettura proposta dalla Ctr di Milano che ha dato ascolto alle ragioni esposte dal contribuente e, in riforma della prima decisione, ha annullato l’accertamento. «Orbene», si legge nella pronuncia, «ritenere che un imprenditore dimostri saggezza se, a fronte di elementi contingenti concreti di crisi da un lato e dall’altro di pur lievi indici di aumento dell’attività produttiva, provveda subito al primo o secondo anno di risultato economico negativo a dismettere l’attività svolta – con tutte le conseguenze anche sociali del caso – è contrario alla logica e alla esperienza concreta del mondo del lavoro». Di contro, osserva la commissione meneghina, «è coerente il comportamento dell’imprenditore che, in presenza di segnali anche lievi positivi, insista fino ai limiti dell’irragionevolezza nell’attività svolta, confidando nella cessazione degli elementi di crisi negativi e nella ripresa economica».

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