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L’avvocato non è un imprenditore

L’avvocato che assume personale nel suo studio al Sud non ha diritto agli sgravi contributivi previsti per gli imprenditori del Mezzogiorno. La Corte di cassazione, con la sentenza 16092 depositata ieri, respinge la tesi del legale che sosteneva la natura imprenditoriale della sua attività, in virtù dell’organizzazione produttiva e della presenza di dipendenti.
Il ricorrente affermava il suo diritto ad accedere ai benefit, previsti dalla legge 448/01 (Finanziaria 2002), che non fa una distinzione fra imprenditori e no, indicando genericamente (articolo 44) “sgravi per i nuovi assunti”. La Cassazione chiarisce però che la norma è una proroga della precedente legge 448/98 e non può essere letta separatamente da quest’ultima, che invece il distinguo lo fa destinando gli “incentivi alle imprese” (articolo 3 comma 5). L’esistenza di una norma ad hoc, richiamata espressamente dalla legge più recente, rende impossibile ricomprendere per analogia anche i datori di lavoro non imprenditori nella rosa dei beneficiari. Inutile, anzi controproducente, per l’avvocato invocare la giurisprudenza comunitaria, che ha effettivamente un’interpretazione più estensiva di quella interna del concetto di impresa. Per la Corte di giustizia dell’Unione europea è considerato imprenditore qualsiasi soggetto che, indipendentemente dallo stato giuridico e dalle modalità di finanziamenti, esercita un’attività economica intesa come l’offerta di beni e servizi sul mercato a prescindere dallo scopo di lucro. La nozione non torna però utile al legale perché in tema di sgravi contributivi per le imprese del Sud le restrizioni sono arrivate proprio dalla Commissione europea. Bruxelles ha, infatti, ritenuto l’aiuto di Stato conforme alla politica comunitaria in materia di occupazione, pur considerando il supporto statale alle imprese sempre un’estrema ratio. Per questa ragione non sarebbe conforme ai principi europei concedere il bonus anche ai non imprenditori. Idea che sarebbe contraria anche all’obiettivo della norma che punta a incentivare le imprese del Mezzogiorno carenti per numero e dimensione e non le assunzioni presso gli studi professionali. La Corte compensa però le spese con la controparte Inps perché questa, con circolare 24 del 2002, «può aver indotto in errore il ricorrente» precisando che la legge finanziaria 2002, riconosceva lo sgravio a «tutti i datori di lavoro privati ed agli enti pubblici economici».

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