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Tra l’avvocato e il cliente vigila il Codice del consumo

Al rapporto tra avvocato e cliente si applicano le norme previste dal decreto legislativo 206/2005 a tutela del consumatore. Lo afferma il giudice di pace di Milano, Marina Faietti, in una sentenza dello scorso 13 febbraio.
La controversia è stata promossa da un avvocato, che ha chiesto la condanna di un’assistita al pagamento di 4.300 euro a saldo di prestazioni professionali; si trattava dell’attività svolta in un causa di separazione, iniziata nelle forme della controversia giudiziale e poi trasformata in consensuale. Dal canto suo, la convenuta ha domandato il rigetto della domanda, sostenendo di aver già pagato per intero quanto dovuto.
Nel decidere la lite, il giudice rileva, innanzitutto, che l’accordo era stato concluso da due parti che rientrano nelle categorie di libero professionista e consumatore, previste dall’articolo 3 del Dlgs 206/2005 (Codice del consumo): il primo, infatti, aveva operato nell’esercizio della propria attività professionale, mentre la cliente si era rivolta all’avvocato «per perseguire in via esclusiva uno scopo di natura personale». Il giudice rileva quindi che la scrittura privata con cui era stato conferito l’incarico faceva riferimento, per la liquidazione dei compensi, a tabelle predisposte unilateralmente dal professionista; peraltro, anche le altre clausole del contratto erano configurate secondo uno schema standard preparato dall’avvocato e valido per tutti i clienti. Secondo il giudice si trattava di clausole vessatorie, perché il loro contenuto determinava, a carico del consumatore, «un significativo squilibrio dei diritti e degli obblighi derivanti dal contratto» (articolo 33, comma 1, del Dlgs 206/2005). E quindi di clausole nulle, dal momento che il professionista non aveva provato che le stesse fossero state «oggetto di trattativa individuale» (articoli 34 e 36 dello stesso Decreto).
Peraltro, la disposizione che riguardava i compensi era di significato «incerto e ambiguo», giacché conteneva «il richiamo a un numero non meglio identificato della tabella» relativa agli onorari previsti per la fase giudiziale. Il legale era quindi venuto meno all’obbligo di dare al cliente «tutte le informazioni utili circa gli oneri ipotizzabili dal momento del conferimento alla conclusione dell’incarico» (articolo 13 della legge 247/2012), sicché la liquidazione si doveva effettuare secondo i criteri generali stabiliti dal Dm 55/2014 («Regolamento recante la determinazione dei parametri per la liquidazione dei compensi per la professione forense»).
Sul punto, il giudice osserva che la causa di separazione rientra tra i processi di valore indeterminabile, quelli, cioè, di importo non inferiore a 26mila e non superiore a 260mila euro. Così, tenuto conto della somma complessivamente dovuta per la prestazione professionale (e quindi detratto l’acconto già versato), la cliente è stata condannata a pagare all’avvocato 1.800 euro a saldo dell’attività. A carico della donna sono state poste anche le spese del giudizio, liquidate in 660 euro.

Antonino Porracciolo

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