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Lavoro, sanzioni 231 con tetto

Sanzionare l’azienda per violazione della disciplina sulla sicurezza del lavoro va bene. Ma senza sfondare i tetti previsti dalla normativa. L’avvertimento arriva dalla Corte di cassazione che, con la sentenza n. 40070 della quarta sezione penale depositata ieri, è intervenuta (forse per la prima volta) sull’estensione della responsabilità amministrativa degli enti al settore della protezione del lavoro.
Una società si era, infatti, vista infliggere, all’esito di un procedimento penale conclusosi con un patteggiamento, una pena pecuniaria di 25mila 800 euro sulla base di quanto previsto dall’articolo 25 septies del decreto n. 231 del 2001. Una disposizione introdotta nel 2007, che sanziona l’impresa quando sono infrante alcune delle norme base in materia di sicurezza. Nel caso approdato in Cassazione il reato contestato era quello di lesioni personali colpose gravi aggravate. Delitto contestato al presidente del consiglio di amministrazione della società in qualità di datore di lavoro. Per l’inadeguatezza di una macchina utensile una lavoratrice aveva riportato l’amputazione di una falange.
La sanzione era parametrata a un numero di quote pari a 300 (la quota rappresenta il parametro con il quale misurare le pena pecuniarie a carico delle imprese che si “macchiano” di violazioni al decreto 231 e una quota può avere un importo massimo di 1.549 euro). Una cifra che all’impresa era apparsa del tutto sproporzionata e soprattutto non in linea con quanto affermato dalla legge.
Motivazioni accolte dalla Cassazione che puntualizza come la pena massima che poteva colpire la società per il reato di lesioni, articolo 590, commi 2 e 3 del Codice penale, era invece di 250 quote. Un importo ampiamente sfondato dai giudici di merito e che ora ha condotto la Cassazione ha rideterminare la pena da infliggere in 250 quote pari a 21mila 500 euro.
Sempre in materia di decreto 231, poi, la Cassazione con la sentenza n. 39840, della seconda sezione penale, depositata il 9 ottobre, ha precisato che la confisca deve essere sempre considerata una misura sanzionatoria applicabile agli enti che hanno commesso un’infrazione. Una confisca che poi può avvenire anche nella forma «per equivalente» tutte le volte che non sia possibile rintracciare il profitto del reato.
Dalle norme in materia di responsabilità da reato degli enti, sottolinea la Cassazione, «appare chiara la configurazione della confisca come sanzione principale e autonoma rispetto alle altre pure previste nella normativa in esame, lo stesso dicasi per la possibilità di confisca per equivalente (…) che è obbligatoria ed espressamente estesa, in deroga alla norma generale dell’articolo 240 Codice penale, comma 2, anche al valore equivalente al profitto del reato».
Respinta la tesi della difesa che pure faceva riferimento a un orientamento della stessa Cassazione, sia pure minoritario, in base al quale non si può procedere al sequestro preventivo ai fini di confisca dei beni dell’ente che, corrispondenti al profitto del reato presupposto, sono oggetto oppure potrebbero essere oggetto di una possibile pretesa restitutoria del danneggiato dallo stesso reato presupposto. La Cassazione spiega, invece, come la confisca del profitto del reato prevista dagli articoli 9 e 19 del decreto legislativo n. 231 del 2001 si caratterizza come sanzione principale, obbligatoria e autonoma rispetto alle altre previste a carico dell’ente.
Questa confisca, si sofferma ancora la Cassazione sul punto, si differenzia da quella disciplinata dall’articolo 6, comma 5 del medesimo decreto che è applicabile solo quando a venire meno è la responsabilità della persona giuridica: si tratta, cioè, di uno strumento indirizzato a ristabilire l’equilibrio economico alterato dal reato presupposto i cui effetti sono comunque andati a beneficio dell’ente.

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