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Lavoro. Non si può ibernare l’Italia Scelte sui licenziamenti e le imprese

Il governo dovrà proteggere i lavoratori, tutti i lavoratori, ma sarebbe un errore proteggere indifferentemente tutte le attività economiche». In questo passaggio c’è forse la maggiore discontinuità rispetto all’esecutivo precedente. Sin qui la strategia dominante era stata quella dell’ibernazione del Paese in attesa di poter riaccendere la luce (la metafora utilizzata da Draghi). Nel 2020, un anno in cui il reddito nazionale calerà del 10%, i fallimenti di impresa sono crollati del 40 % rispetto al 2019, un anno di moderata crescita. Diminuiti del 60% anche i licenziamenti economici, vietati ma possibili in caso di cessazione di impresa. L’altra faccia della medaglia di questa ibernazione è stata il crollo della nascita di nuove imprese (-20%) e delle assunzioni (-30%) oltre che il mancato rinnovo dei contratti a tempo determinato che ha colpito specie le donne.
Ibernare un Paese così a lungo è non solo economicamente, ma anche socialmente troppo costoso. Il mezzo milione di lavori tenuti fuori dal mercato coinvolgono il migliore capitale umano (giovani e donne in primis) di cui disponiamo e rischiamo di rendere la povertà una strada senza uscita per milioni di persone. La geografia economica sta già cambiando. Lo confermano i dati sulle assunzioni pianificate dalle imprese: le uniche professioni in cui il lavoro aumenta sono quelle dei “medici e specialisti della salute” e degli “specialisti in scienze informatiche”. Nell’ambito del lavoro poco qualificato, che ha bisogno di maggiore tutele, crollano camerieri e commessi mentre aumenta il peso relativo delle assunzioni nei servizi di pulizia e sanificazione. La filosofia del nuovo governo è perciò quella di facilitare lo spostamento dai settori in declino a quelli in espansione riducendo il più possibile i costi sociali della transizione.
Il nuovo esecutivo ha di fronte a sé due scelte difficili in cui è chiamato a mettere in pratica subito questo nuovo orientamento. La prima riguarda cosa fare del blocco dei licenziamenti. La seconda è su come adeguare gli ammortizzatori sociali e le politiche attive per rendere meno costosa questa massiccia ricollocazione di lavoro: il ministro del Lavoro, Orlando, ha promesso una bozza di riforma entro fine mese. In verità c’è anche una terza scelta, ancora più difficile, sui ristori. Si intende essere molto più selettivi negli aiuti alle imprese di quanto fatto sin qui. Il problema è come scegliere chi aiutare e chi no, alla luce del fatto che si tratta per lo più di imprese di piccole dimensioni di cui non solo le amministrazioni pubbliche, ma anche le stesse banche, difficilmente sanno valutare le prospettive future.
Tutto ciò dimostra che non è possibile separare l’emergenza dalle riforme. Chi ha caratterizzato il nuovo governo come un esecutivo di tecnici che pensano alle riforme e di politici che pensano alla gestione dell’emergenza si dovrà ricredere. Le due dimensioni sono inscindibili. È proprio a partire dall’emergenza che si possono avviare le riforme. Basta avere una visione, cosa che è mancata ai primi due governi di questa legislatura e a molti altri precedenti.
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