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Lavoro, la frenata di Bersani. Berlusconi: con Monti oltre il 2013

di Antonella Baccaro

ROMA — Il Pd potrebbe non appoggiare il governo se la riforma del lavoro non avesse il consenso dei sindacati. Lo ha detto il segretario Pier Luigi Bersani ieri al Tg3, in una giornata in cui la trattativa è apparsa chiaramente in crisi, con le imprese da una parte a scrivere un documento comune, e i sindacati dall'altra ad accusare il governo di voler procedere senza negoziare.
«Non condivido la tesi di andare avanti anche senza accordo — ha scandito Bersani —. Se malauguratamente l'accordo non ci fosse, il Pd valuterà in Parlamento quel che viene fuori sulla base delle nostre proposte». Il «sì», dunque, non è scontato? «No, vogliamo vedere…» è la risposta, che rimette la palla nel campo del governo. Il punto resta sempre quello dell'articolo 18 che, secondo il leader del Pd, «fissa un principio di civiltà garantito negli anche negli altri Paesi europei». Bersani lascia qualche margine alla trattativa, ma solo sui tempi e i modi dei procedimenti giudiziari: «Si può discutere di una manutenzione» della norma perché «se ci vogliono sei anni per una causa, in sei anni può imboscarsi anche un fannullone».
A difesa del governo scende in campo il Pdl, con il segretario Angelino Alfano: «Diremo a Monti di andare avanti senza timidezza sulle riforme. Se un partito ha deciso di appoggiare il governo, lo ha fatto perché sa che l'esecutivo non si farà condizionare. Diremo al governo di andare avanti sulla riforma del mercato del lavoro». Intanto dietro le quinte Silvio Berlusconi fa sapere che sarebbe pronto a sostenere Mario Monti anche oltre il 2013.
Insomma, benché il prossimo incontro tra governo e parti sociali sia già fissato per domani alle 18, con all'ordine del giorno i contratti, il clima intorno è pessimo. Il tavolo tra le parti sociali sembra essersi sciolto come neve al sole da quando il governo ha deciso di accelerare per arrivare a una riforma nei tempi più brevi possibili. Le imprese, da Confindustria all'Abi, potrebbero produrre oggi un documento comune, recuperando anche nel proprio fronte Rete Imprese Italia e automaticamente escludendo i sindacati. «Credo che sia giusto, nel caso in cui non si arrivi a un accordo, che il governo vada avanti, faccia la riforma che deve fare» ha dichiarato ieri il presidente degli industriali Emma Marcegaglia, rompendo gli indugi in una giornata complicata in cui Sergio Marchionne, manager della Fiat, ha annunciato il possibile rientro in Confindustria se a guidare l'associazione sarà il «falco» Alberto Bombassei.
Un irrigidimento confindustriale che ha confermato i sospetti dei sindacati, secondo cui la ritirata delle imprese è un chiaro segnale che la trattativa con il governo è finita prima di cominciare, con risultati più soddisfacenti per la parte datoriale.
L'ipotesi che il governo voglia tirare diritto costringendo i sindacati allo sciopero generale è stata paventata ieri dal segretario della Cisl, Raffaele Bonanni, tra i più attivi mediatori in campo, che ha attaccato duramente l'esecutivo. «Se il governo continuasse a dare segnali di rigidità vorrebbe dire che vuol rompere la trattativa per fare quel che vuole sulla riforma del mercato del lavoro. Noi non daremo questo pretesto — ha ribadito — e rimarremo al tavolo inchiodati per trovare una soluzione, perché una riforma del lavoro è efficace se fatta con le parti sociali». Purché una trattativa ci sia: «Finché ciò che avviene al tavolo verrà twittato a tutto il mondo, non approderemo mai a nulla di serio» è la sconsolata conclusione di un habitué al tavolo delle parti.
 

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