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Lavoro, la crisi raddoppia: persi in un anno 945 mila posti

Doccia fredda dell’Istat sull’occupazione: da febbraio 2020 a febbraio 2021 le persone che lavorano in Italia sono scese di 945 mila, da 23.142.000 a 22.197.000. Come dire che la crisi post Covid ha fatto perdere circa un milione di posti di lavoro. Un dato molto diverso da quello diffuso dallo stesso istituto di statistica la volta precedente e relativo al mese di dicembre 2020, quando il calo di occupati rispetto a un anno prima era stato di 444 mila. Come si spiega questa forte differenza? Lo chiarisce lo stesso Istat, sottolineando che dal primo gennaio 2021 è cambiata la metodologia di rilevazione delle forze lavoro, secondo un nuovo regolamento dell’Unione Europea. La principale novità è che ora i lavoratori assenti per più di tre mesi non vengono più considerati occupati mentre prima sì, se percepivano una retribuzione di almeno il 50%. In pratica, mentre fino all’anno scorso i lavoratori in cassa integrazione venivano conteggiati tra gli occupati, anche se erano in cig da oltre tre mesi, dal primo gennaio 2021 non lo sono più, finendo o tra i disoccupati, se stanno cercando attivamente un lavoro, o tra gli inattivi. Non a caso, l’altro dato impressionante della rilevazione è l’aumento degli inattivi in un anno, pari a 717 mila.

I nuovi standard europei di rilevazione delle forze lavoro, che valgono per l’Istat come per gli altri istituti di statistica degli Stati membri dell’Ue, restituiscono quindi un quadro molto peggiore del precedente, suscitando però legittimi interrogativi. Da un lato, infatti, le persone in cassa integrazione sono a tutti gli effetti ancora dipendenti dall’azienda, ma dall’altro è pur vero che uno stato prolungato di assenza dal lavoro può essere l’anticamera della disoccupazione. «Il cambiamento della metodologia ci lascia alquanto perplessi — dice Ivana Veronese della Uil — perché finisce per alimentare in maniera inappropriata il bacino statistico degli inattivi». Tanto più, sottolinea la segretaria confederale, che «in piena crisi pandemica, che dura da ben oltre 3 mesi», non sembra il momento più opportuno per cambiare le regole di definizione dello status di occupato, disoccupato e inattivo. Infine, osserva Veronese, le modifiche dettate dal regolamento Ue, «fanno scomparire il tema “donna”, facendo invece risaltare una questione “uomo”». Infatti, essendo i lavoratori maschi maggiormente presenti tra i cassintegrati, sono quelli che, alla luce delle nuove definizioni, finiscono per ingrossare le file del calo dell’occupazione (553 mila sul totale di 945 mila posti persi) mentre nella rilevazione precedente era il contrario (su 444 mila occupati in meno a dicembre 2020 su dicembre 2019 le donne erano 312 mila).

Comunque sia, quello che invece non è cambiato tra l’attuale rilevazione e le precedenti è che il calo di occupati si è registrato soprattutto tra i giovani (15-24), con un -14,7% in un anno, tra i contratti a termine (-12,8%) e tra gli autonomi (-6,8%). Unica nota positiva il fatto che a febbraio su gennaio si è interrotto il trend negativo, con un leggerissimo aumento degli occupati (+ 6 mila), e un piccolo calo dei disoccupati (- 9 mila) e degli inattivi (-10 mila). Il tasso di disoccupazione scende al 10,2%. Che si tratti di un’inversione di tendenza è tutto da verificare. Tanto più che ancora vige il blocco dei licenziamenti.

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