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Lavoro, la bomba dell’autunno Rischio fino a 1,5 milioni di posti

Sia che si prendano a riferimento gli scenari di Bankitalia, sia le stime dell’Istat, l’autunno 2020 sul fronte lavoro si annuncia decisamente “incandescente”.

Bankitalia la scorsa settimana ha fatto due proiezioni macro, con due conseguenti allineamenti al ribasso del mercato del lavoro. Nel primo scenario, quello base, che esclude il ritorno del contagio e nuove quarantene, prevede un Pil in calo del 9,2% quest’anno e un recupero del 4,8% nel 2021. L’occupazione, misurata in termini di ore lavorate, diminuirebbe quest’anno di quasi il 10 per cento, per poi recuperare metà della caduta nel 2021. Il numero di occupati si ridurrebbe tuttavia in misura più contenuta, attorno al 4% (3,9% per l’esattezza) nel 2020, grazie all’esteso ricorso alla Cassa integrazione guadagni, e al contestuale blocco dei licenziamenti in vigore, al momento, fino al 17 agosto. Considerando le serie storiche dell’ Istat di fine 2019 con i circa 23 milioni di occupati, un calo del 3,9% si tradurrebbe in circa 900mila posti “a rischio”. Nello scenario più negativo, con un Pil in caduta del 13,1% nel 2020 e in ripresa del 3,5% nel 2021 il numero di occupati, sempre secondo Bankitalia, scenderebbe quest’anno del 5,4%. Anche qui, parametrato sui 23 milioni e rotti di occupati a fine 2019, l’alert si tradurrebbe per poco più di 1,2 milioni di posti complessivi.

Lunedì Istat, nel suo scenario di previsione sul biennio a venire (un Pil in calo dell’8,3% quest’anno e in ripresa del 4,6% nel 2021), ha tracciato un’evoluzione dell’occupazione senza precedenti. In termini di Unità di lavoro equivalenti (Ula) è prevista una brusca riduzione quest’anno (-9,3%) e una ripresa nel 2021 (+4,1%). Anche qui, con tutte le cautele del caso e considerando come la dinamica delle Ula si sia impennata con l’epidemia sanitaria, un calcolo approssimativo, visto che il numero delle forze lavoro espresse in Ula è un po’ più alto dei 23 milioni di occupati (circa 25 milioni), possiamo ipotizzare un rischio teorico per 2 milioni di “teste”. Nel primo trimestre dell’anno, tuttavia, il crollo delle Ula è stato di un milione e 271mila unità a fronte di un calo di sole 73mila unità del numero degli occupati. Ecco allora che la dinamica futura dipenderà moltissimo dalle ore lavorate, ovvero se e in quanti settori si tornerà al full time. E quindi, una forchetta più o meno “arrotondata” viaggia tra 1 e 1,5 milioni di occupati, al momento, a “rischio” da qui a fine anno.

Istat ha anche offerto una previsione basata sul tasso di disoccupazione, naturalmente. Ma, pure qui, con l’avvertenza che in una situazione anomala come quella in cui ci troviamo il tasso di disoccupazione restituisce un’immagine piuttosto attenuata dell’impatto dell’epidemia perché è in atto una decisa ricomposizione tra disoccupati e inattivi e la riduzione del numero di ore lavorate. Mentre la cassa integrazione ha finora coinvolto circa 7 milioni di lavoratori, quasi la metà dei lavoratori dipendenti del settore privato. Si pensi, ad esempio, che il numero di ore settimanali effettivamente lavorate pro-capite, riferito al totale degli occupati, ha segnato, in piena emergenza coronavirus, una decisa riduzione nei mesi di marzo e aprile quando si è attestato a 22 ore (34,2 la media del 2019).

Prevedere, oggi, quindi, che cosa succederà dopo l’estate è difficile anche perché non sappiamo come cambierà la partecipazione al mercato del lavoro: nei primi mesi dell’anno, ad esempio, 300mila scoraggiati hanno smesso di cercare un impiego (finito il lockdown qualcosa cambierà) mentre tra gennaio e aprile i nuovi contratti di assunzione (soprattutto a termine) si sono ridotti di 600mila unità rispetto allo stesso periodo del 2019.

Il punto è che, nel confronto con la media del 2019, nei primi 4 mesi dell’anno circa 500mila persone hanno smesso di cercare lavoro transitando tra gli inattivi. Si tratta soprattutto di giovani e occupati nella fascia 35-49 anni.

E si tratta soprattutto di donne, il cui tasso di inattività è cresciuto di 2,3 punti percentuali mentre la disoccupazione è diminuita di 2,6 punti percentuali.

L’autunno potrebbe, quindi, essere complicato per l’occupazione femminile, vista la difficoltà di conciliare vita e lavoro, specie se le scuole non dovrebbero riaprire interamente. Le famiglie con almeno un bambino di età minore di 14 anni e in cui entrambi i genitori lavoratori sono circa 3 milioni: in poco più del 40 per cento dei casi (1,3 milioni di nuclei) almeno un adulto potrebbe svolgere le proprie mansioni lavorative a distanza conciliandole con le esigenze familiari, seppure con difficoltà e con significativi rischi di perdita di produttività.

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