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Lavoro, su Jobs Act e Cig si ritorna al passato

Il Jobs Act non c’è (quasi) più.
Ieri ha perso un altro pezzo: la Consulta ha dichiarato l’illegittimità costituzionale della norma che fissa l’indennità di licenziamento in base all’anzianità aziendale, criterio che — secondo i giudici — sarebbe contrario «ai principi di ragionevolezza e di uguaglianza».
Dunque, come prima della riforma del lavoro di Matteo Renzi, saranno i tribunali, in maniera discrezionale, a stabilire l’ammontare corretto dell’indennità dovuta al lavoratore, assunto con contratto a tempo indeterminato, in caso di licenziamento illegittimo.
Tenendo conto, a quel punto, delle dimensioni dell’impresa (non è la stessa cosa se a pagare il risarcimento è una piccola impresa o una multinazionale) ma anche dei carichi famigliari e di altri fattori. Un ritorno al passato che è piaciuto ai sindacati. E che, invece, ha fatto dichiarare la propria «sconfitta di due anni di lavoro» a Filippo Taddei, economista della squadra di Renzi che puntava a definire con certezza il costo del licenziamento sia per il datore di lavoro sia per il lavoratore per favorire così le assunzioni a tempo indeterminato. D’altra parte questo era lo scambio sotteso in tutto il Jobs Act: meno protezioni classiche in cambio di maggiori assunzioni. Non ha funzionato.
Ma la retromarcia è già stata inserita in altri due casi: prima con il cosiddetto “decreto dignità” che ha reintrodotto le causali nei contratti a tempo determinato, limitandone anche la durata; poi con l’annuncio del ripristino della cassa integrazione a favore dei lavoratori di aziende che hanno cessato l’attività, e che potrebbe interessare quasi 190 mila persone.
Tre colpi che fanno fortemente barcollare l’impianto del Jobs Act, la cultura della tutela del lavoro che aveva intenzione di affermare con il proposito (dichiarato più che realizzato) di avvicinare i nostri meccanismi di protezione del lavoro a quelli dei Paesi del nord Europa. Obiettivo mancato perché la seconda gamba della riforma, quella relativa alle politiche attive è rimasta quasi tutta scritta sulla carta.
Così stiamo tornando a concentrarci esclusivamente sulle politiche passive, protettive e risarcitorie. Un cambio di paradigma in contrasto pure con la vecchia Agenda di Lisbona del 2000 che scommetteva su un mercato del lavoro europeo dinamico, con un incremento progressivo della mobilità. Tanto che da allora le risorse del Fondo sociale europeo possono essere utilizzate solo per le politiche attive lasciando ai bilanci nazionali il peso di quelle passive.
Dunque il Jobs Act ha cancellato la cassa integrazione per cessazione di attività prevedendo al suo posto l’indennità di disoccupazione (la Naspi) che può essere erogata per un massimo di due anni, con un importo a décalage. Un istituto (per la prima volta universale e non più differenziato in base alle dimensioni aziendali, ai settori produttivi, ai contratti di lavoro, ecc) che scatta subito dopo il licenziamento. E questo è il punto: nonostante le imprese da cui dipendono ancora i 190 mila lavoratori coinvolti siano destinate alla chiusura, il nuovo governo, su pressing anche dei sindacati, preferisce ritornare alla cassa integrazione, che invece dovrebbe essere utilizzata per gestire le fasi di crisi (congiunturale o anche strutturale), anziché scommettere sulla riqualificazione della manodopera e alla sua ricollocazione attraverso politiche attive. Le quali, va aggiunto, hanno finora avuto un bassissimo appeal tra i lavoratori se si considera, per esempio, che non più del 10% dei potenziali beneficiari ha fatto ricorso all’assegno di ricollocazione per trovare una nuova occupazione.
Un tuffo dentro i decenni passati con la cassa integrazione interminabile, alla quale si agganciava la mobilità, poi la mobilità lunga fino al pensionamento. Il sussidio, l’assistenza, non il lavoro. In coerenza, d’altra parte, con il reddito di cittadinanza e con la pensione di cittadinanza, come finora sono stati annunciati. Un po’ la fine del lavoro.
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