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Lavoro e imprese Gli Iceberg sulla rotta

Placatisi gli applausi (un po’ troppi), la navigazione del governo Draghi avviene in acque profonde. Quanto profonde non si sa. Dipende dall’evoluzione della pandemia che sfugge a qualsiasi modello previsionale. Il presidente del Consiglio dovrà affrontare scogli visibili e secche improvvise. Alcuni di questi ostacoli sono stati sapientemente aggirati nel discorso programmatico e nelle repliche, per esempio la prescrizione. Gli iceberg lungo la rotta — immigrazione su tutti — sono facilmente individuabili. Ma un conto è parlare a freddo della necessità di un meccanismo europeo di redistribuzione obbligatoria pro quota dei migranti, un altro è trovarsi una nave di umanità sofferente davanti alle coste italiane e dover scegliere in poche ore.

In ogni caso l’ampiezza del problema e la sua scivolosità politica sono note. Ci si prepara. Meno agevoli da affrontare — e può sembrare paradossale — altri temi che riguardano la dolorosa congiuntura economica, il futuro delle aziende in crisi, il destino dell’occupazione, sui quali teoricamente dovremmo essere più preparati, vista la caratura tecnica dell’esecutivo.

«Il governo dovrà proteggere tutti i lavoratori», ha promesso Draghi. Una frase che ha riscosso un ampio consenso. Giusto. «Ma sarebbe un errore — ha aggiunto — proteggere indifferentemente tutte le attività economiche, alcune dovranno cambiare, anche radicalmente». Un passaggio che è scivolato via come se non si volesse guardare in faccia la realtà. Il calice amaro da bere, o trangugiare a seconda delle situazioni, però è lì davanti a noi. E chissà perché un po’ tutti abbiamo la tentazione di rimuoverlo, pur parlando della drammatica scadenza (il 31 marzo) del blocco dei licenziamenti, coltivando sotto sotto, anche tra sindacati e imprese, l’illusione che si possa tirare avanti ancora con analgesici di vario tipo.

Unici in Europa

Draghi avrebbe dovuto forse aggiungere — ma era politicamente inopportuno in Senato nel momento in cui chiedeva la fiducia — che sì è un dovere proteggere tutti i lavoratori, ma non si potranno salvaguardare tutti i posti di lavoro. La reazione sarebbe stata diversa. Non c’è dubbio. I sindacati insistono per la proroga del blocco dei licenziamenti, ed è comprensibile. Gli imprenditori notano che nell’Unione europea non vi è una misura analoga e non hanno torto.

Il compromesso sarà probabilmente quello di una proroga selettiva per quei settori che, oggettivamente, sono stati i più ingiustamente colpiti dalla pandemia, come turismo, cultura, trasporti, servizi, commercio al dettaglio, tessile e abbigliamento, macchinari generici. Ma se fosse solo quella la soluzione, seppur temporanea, avremmo guadagnato solo tempo. Gestire un’emergenza alla volta potrebbe essere fatale anche perché renderebbe ancora più intricate le crisi aziendali e imprevedibile la reazione dei territori.

Discutere di licenziamenti, mobilità, contratti di solidarietà, in un quadro di strumenti adeguati, garanzie su reddito e orientamento alla mobilità, allevia le preoccupazioni di dipendenti e famiglie. Altrimenti vi è la solitudine della precarietà, il senso di smarrimento, la delusione per le promesse non mantenute. Il rischio di tensioni sociali è ancora più alto. L’effetto a catena non calcolabile.

Il ministro del Lavoro, Andrea Orlando, è impegnato nel promuovere la riforma degli ammortizzatori sociali e delle politiche attive del lavoro per la quale sono stati stanziati 500 milioni nella legge di Bilancio 2021. In particolare, c’è l’estensione di Cassa integrazione e Naspi (Nuova indennità mensile di disoccupazione) ai settori che ne sono privi. All’assegno di ricollocazione potranno accedere anche i percettori di Cassa, nelle varie forme, e di Naspi. Draghi ha parlato anche della necessaria riqualificazione dei Centri per l’impiego e della loro digitalizzazione in coordinamento con le Regioni. Uno scoglio molto insidioso sul piano burocratico, tenuto conto anche dei differenti livelli regionali di efficienza.

I fondi Ue

Il premier ha insistito sulla necessità di fare presto e di avere un quadro di interventi efficaci a protezione del singolo lavoratore prima che questi debba sobbarcarsi il disagio di una inevitabile mobilità e di un necessario programma di riqualificazione. Una vera riforma delle politiche attive è essenziale per ottenere e meglio impiegare i fondi del Next generation Eu, che ha tra i suoi obiettivi principali l’inclusione sociale.

A fine aprile, in contemporanea con la scadenza della presentazione del Piano nazionale per la ripresa e la resilienza (Pnrr), si esauriscono i contratti dei cosiddetti navigator. Anche il loro rinnovo, o un loro diverso impiego, sarà significativo per saggiare il nuovo clima. Sette milioni di lavoratori hanno avuto accesso, con le note difficoltà, a strumenti di integrazione salariale per un totale di 4 miliardi di ore. L’adesione dell’Italia al Sure (State supported short time work) ha reso meno drammatico l’impatto della crisi sul mercato del lavoro che ha comunque registrato, secondo gli ultimi dati Inps (novembre 2020), la perdita di 664 mila 423 posti, di cui 445 mila 471 a termine, in gran parte donne e giovani. I precari hanno pagato più del dovuto le conseguenze del blocco dei licenziamenti.

Chi ha più garanzie è stato più protetto. Sui contratti deboli si è scaricato il peso delle tensioni aziendali. Sul tavolo del ministero dello Sviluppo economico vi è un centinaio di dossier aziendali.

L’esordio del ministro Giancarlo Giorgetti è stato giovedì scorso con un incontro sindacale per l’annosa vertenza Whirlpool e, il giorno seguente, con ArcelorMittal. Se si continuerà a mettere soldi pubblici in Alitalia come si riuscirà a tenere fede a quel passaggio del discorso al Senato nel quale si dichiara un errore il sostegno indiscriminato a ogni attività a dispetto degli andamenti di bilancio? E come si potrà spiegare ai dipendenti della multinazionale americana, che il 31 marzo vengono licenziati, e di altre aziende in condizioni analoghe, che sono meno cittadini degli addetti alla compagnia di bandiera? E ancora: come potrà agire, e con quali vincoli, Patrimonio Rilancio, braccio separato di Cassa depositi e prestiti, forte di circa 40 miliardi (di debito pubblico), nel selezionare le aziende da aiutare? «La scelta di quali attività proteggere e quali accompagnare nel cambiamento — ha chiarito Draghi — è il difficile compito che la politica economica dovrà affrontare nei prossimi mesi».

Federico Fubini notava sul Corriere che l’insieme di sussidi alle imprese, garanzie bancarie, moratorie sui prestiti e scadenze fiscali sospese copre oltre il 6 per cento del prodotto interno lordo. Più che in altri Paesi. Forse alla luce di questi dati, gli stessi imprenditori sono chiamati a non lasciarsi troppo guidare da logiche di settore o, peggio, corporative.

La Cassa integrazione gratuita, per esempio, contribuisce a mantenere in vita aziende ormai prive di futuro. E lo stesso avviene per sussidi e garanzie elargiti nell’emergenza senza distinzioni. Salvare imprese e posti di lavoro che hanno un futuro richiede una forte dose di realismo. E nuovi strumenti per intervenire, con capitali e management, nei casi in cui le crisi di liquidità sono superabili. Senza distogliere lo sguardo, come spesso accade, dai troppi guadagni di liquidazioni senza scrupoli e senza rispetto di chi lavora.

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