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Lavoro, il governo accelera

di Alessandro Trocino

ROMA — Una riforma strutturale, da realizzare senza ricorrere allo strumento del decreto legge, ma in tempi brevi, entro le prossime 3-4 settimane. È la rotta indicata sul mercato del lavoro dal premier Mario Monti e dal ministro Elsa Fornero. Che si è presentata all'incontro con le parti sociali con alcune linee guida: stretta sulla cassa integrazione, sostegno al reddito per chi ha perso il lavoro, reddito minimo garantito (ma «dilazionato», ché per ora non ci sono i soldi), lavoro flessibile più caro e contratto modellato sull'età lavorativa. Per la titolare del Welfare «si è partiti con il piede giusto». Pdl e sindacati non condividono affatto quest'opinione. Susanna Camusso, leader della Cgil, non nasconde l'irritazione per il metodo: ha spiegato che «non c'è stata nessuna condivisione delle proposte e non si può partire da contenuti predeterminati». Il Pdl, come dice Maurizio Sacconi, chiede che «non si facciano due pesi e due misure» e che si proceda per decreto, come per le liberalizzazioni. Decreto, quest'ultimo, su cui potrebbe essere posta la fiducia anche se il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Antonio Catricalà, precisa che «per ora il governo non ha espresso un orientamento» e punta ad ottenere in Parlamento «il consenso necessario».
Il premier, prima di partire per Bruxelles, ha spiegato: «Servono buone soluzioni strutturali. Spero che si riesca a non ridurre il messaggio solo all'articolo 18». All'incontro di ieri, durato quattro ore, erano presenti tra gli altri il sottosegretario alla presidenza Antonio Catricalà, il ministro Corrado Passera, i segretari di Cgil, Cisl e Uil e il presidente di Confindustria Emma Marcegaglia. È stata la Fornero a illustrare un documento in cinque punti con le linee guida dell'esecutivo.
Secondo le intenzioni del governo, dovrebbe restare solo la cassa integrazione ordinaria (quella legata a eventi temporanei e con una durata massima di 52 settimane), mentre si eliminerebbe la possibilità di utilizzarla a fronte di chiusura dell'azienda (come è accaduto per la Fiat di Termini Imerese). A fronte del mancato rientro in azienda, si studia invece un'indennità risarcitoria e il rafforzamento del sussidio di disoccupazione. Nelle linee guida è emersa anche la possibilità di utilizzare il «reddito minimo», ma le risorse necessarie sono al momento «non individuabili».
Un intervento, quello della Fornero, che i sindacati bocciano nettamente, perché considerato un «colpo di spugna alla cassa integrazione straordinaria e a quella in deroga, che in questi anni hanno invece protetto i lavoratori di aziende in crisi». Anche Confindustria avanza dubbi: «In questo momento dobbiamo fronteggiare una grande crisi — spiega Emma Marcegaglia —, per ora non è il caso di procedere a grandi cambiamenti sulla Cig». E ancora: «Il problema non è la flessibilità in entrata ma quella in uscita».
Dal Pd le reazioni sono caute ma non negative. Il segretario Pier Luigi Bersani apprezza soprattutto l'apertura del tavolo e il tentativo di un confronto ampio. L'ex ministro Cesare Damiano condivide l'impostazione secondo cui il lavoro precario dovrà costare di più, ma spiega di «non aver gradito alcuni accenni all'articolo 18». Sergio D'Antoni si dice soddisfatto che non si proceda per decreto.
Esattamente l'opposto del Pdl. Per Gaetano Quagliariello «la richiesta di sacrifici ha un senso se riguarda tutti, con la medesima sollecitudine. Altrimenti ci saranno conseguenze». Critiche anche nel merito arrivano da Sacconi: «Non bisogna inseguire la chimera del reddito minimo garantito, che evoca solo deresponsabilizzazione e assistenzialismo». Protesta anche Antonio Di Pietro contro il depotenziamento della Cig: «Si rischia di far scoppiare un conflitto sociale ingovernabile».
 

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