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Lavoro, il governo accelera sulla fiducia

ROMA — La riforma del mercato del lavoro affronta la settimana più delicata. Il governo ha deciso una brusca accelerata. È probabile che ricorra già domani sera o mercoledì mattina alla richiesta del voto di fiducia. L’esame nell’aula del Senato del disegno di legge varato dal Consiglio dei ministri il 23 marzo sarà rapidissimo. Conclusa la discussione generale il governo dovrebbe porre la questione di fiducia per sbarrare la strada alle centinaia di emendamenti presentati dalla Lega e dall’Idv. Poi toccherà alla Camera che, nelle intenzioni dell’esecutivo, dovrebbe approvare definitivamente la riforma senza modifiche rispetto al testo del Senato prima dell’estate. Ma il Pd mette le mani avanti. Dice Cesare Damiano, ex ministro del Welfare, capogruppo del partito in commissione Lavoro alla Camera e uno dei probabili relatori di maggioranza della riforma (l’altro, quello del Pdl, potrebbe essere Giuliano Cazzola): «Riconosciamo i passi importanti fatti in commissione al Senato, ora vediamo che succede in aula, ma non possiamo accettare che alla Camera il testo arrivi blindato. Ci sono infatti alcuni problemi che vanno risolti».
Tre, in particolare, le richieste del Pd. 1) Allungare la durata dell’Aspi, la nuova indennità di disoccupazione, altrimenti «dal 2017, quando la riforma andrà a regime, le tutele degli ammortizzatori sociali si riveleranno corte mentre l’età necessaria per andare in pensione si sarà allontanata», dice Damiano. 2) Ammorbidire l’aumento al 33% dei contributi previdenziali per le partite Iva. 3) Abbassare i requisiti per l’accesso all’indennità di disoccupazione per i collaboratori a progetto, «altrimenti finirà come nel 2010, che rispetto a 300 mila co.co.pro. che hanno perso il lavoro, solo 1.800 hanno potuto beneficiare dell’una tantum», aggiunge il capogruppo del Pd.
Ovviamente, ammette Damiano, «sappiamo che queste richieste sono costose, ma pensiamo ugualmente che debba esserci una discussione e quindi ci auguriamo che il governo non ricorra al voto di fiducia». In realtà, al Senato, nessuno crede che questo si possa evitare. Lo stesso relatore di maggioranza del Pd, Tiziano Treu, pur condividendo le richieste del suo partito, al momento vede la possibilità di qualche piccola modifica «solo su aspetti normativi», senza ricadute sul bilancio, perché dal ministero dell’Economia non c’è alcuna possibilità di ottenere un aumento delle risorse né per gli ammortizzatori sociali né per altro. Inoltre, Monti è molto sensibile alle pressioni degli organismi internazionali che si aspettano una approvazione rapida del disegno di legge. Ieri in questo senso si è espresso anche il segretario, Angel Gurría, con un’intervista al Corriere della Sera.
Se la partita al Senato si chiuderà col voto di fiducia, questo verrà chiesto su 4 maxiemendamenti che recepiranno i capitoli della riforma, come modificati in commissione Lavoro: la flessibilità in entrata (contratti), quella in uscita (licenziamenti), gli ammortizzatori sociali, la formazione. Alla Camera lo scenario non dovrebbe cambiare, nel senso che le richieste del Pd (e della Cgil) non hanno possibilità di essere accolte perché troppo costose. Senza contare che qualsiasi concessione al Pd costringerebbe il governo ad accontentare anche il Pdl su altri punti. Ecco perché tutti mettono nel conto il doppio voto di fiducia, al Senato e alla Camera. In questo caso, però, la tensione tra governo e Pd-sindacati aumenterà.
La sinistra considera per esempio la questione degli esodati niente affatto conclusa, nonostante il decreto Fornero per salvare i primi 65 mila lavoratori che rischiavano di restare senza stipendio e senza pensione. Anche qui, per dare una risposta agli altri lavoratori a rischio, servono risorse per qualche miliardo di euro. Il 2 giugno Cgil, Cisl e Uil faranno una manifestazione nazionale a Roma per il lavoro e torneranno alla carica anche sugli esodati. Monti farà finta di niente?

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