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Lavoro, giustizia e burocrazia. I nodi politici del Recovery plan

Non è più solo una questione di numeri e tabelle, perché ormai nella maggioranza stanno venendo al pettine i nodi politici del Recovery plan. Sono quelli della sua stessa ragione di esistere, se c’è ancora. E la obbligano a decidere cosa vuole o può fare nei prossimi mesi e anni: affrontare i problemi di fondo dell’Italia – quelli di prima della pandemia – oppure lasciarli in eredità, ancora più grandi ed esplosivi, a chi verrà dopo.

Le domande di fondo
Per mesi la sostanza era rimasta coperta dietro centinaia di ipotesi di investimenti grandi, medi o anche pulviscolari. Ma da oggi, quando atterra sul tavolo del Consiglio dei ministri, la bozza di programma per spendere 209 miliardi di fondi europei entro il 2026 obbligherà il governo a rispondere alle sue domande di fondo. La Commissione europea infatti non regala denaro: lo mette a disposizione solo per progetti legati a riforme che impediscano al Paese di vanificare la spesa in un fuoco di paglia. Dunque il governo deve decidere se punta a rivedere il sistema della giustizia e dell’amministrazione nel segno della responsabilità delle catene di comando, della competenza e del merito, oppure pensa solo a 16 mila assunzioni a tempo e ai voti che ne possono derivare. Il governo deve anche scegliere fra nuovi percorsi credibili di formazione e reinserimento dei disoccupati — tenendo conto della realtà del mercato — e la difesa a oltranza dell’attuale sistema pubblico fra decrepiti centri per l’impiego regionali, navigator in scadenza di contratto e reddito di cittadinanza. Deve poi stabilire quale sia la strategia energetica nazionale di un’economia del ventunesimo secolo: la scalata al cielo di un investimento colossale nell’idrogeno «verde» — il più pulito in assoluto, ma anche caro il triplo o il quadruplo dell’idrogeno «blu» e dunque senza mercato per anni a venire — oppure un dosaggio equilibrato fra sostenibilità dell’ambiente e del sistema produttivo. Infine la stretta sul Recovery plan lascia ancora senza risposta la domanda più grande, quella sulla struttura che avrà il potere e la responsabilità di gestirlo.

Così Next Generation EU sta diventando lo specchio dei paradossi di questo governo. Malgrado la rivolta del piccolo manipolo di Italia viva di Matteo Renzi, in realtà il piano mette brutalmente sotto i riflettori le contraddizioni fra le due principali forze di maggioranza: il Movimento 5 Stelle e il Partito democratico. Di quest’ultimo sono i tre ministri che anche ieri hanno messo a punto fino a sera nella stessa stanza di Via XX Settembre la bozza che oggi va in Consiglio dei ministri: il padrone di casa Roberto Gualtieri per l’Economia, Enzo Amendola per gli Affari europei e Peppe Provenzano per la Coesione territoriale, che dispone dei tecnici della programmazione. Il terzetto si era messo al lavoro d’urgenza una decina di giorni fa, quando Renzi ha rimarcato un’ovvietà fin lì da tutti taciuta: il re era nudo, il Recovery plan gestito in segreto a Palazzo Chigi — la mediazione con il resto del governo affidata al solo Amendola — aveva prodotto un assemblaggio incoerente.

Democratici e 5 Stelle
Ora sono stati tre ministri del Pd ad averlo reso più compatto, perché titolari dei ministeri preposti a farlo. E non è colpa di nessuno se le riforme che quel piano implica — la Commissione Ue le richiede, prima di fare i bonifici — investono in pieno i campi di forza di ministri di M5S: Stefano Patuanelli dello Sviluppo economico sul piano energetico nazionale; Nunzia Catalfo del Lavoro sulle nuove politiche per i disoccupati; il Guardasigilli Alfonso Bonafede per le assunzioni e gli interventi nei Tribunali civili; Fabiana Dadone per la pubblica amministrazione, con migliaia di assunzioni da fare con i fondi europei su base di stringenti qualifiche e competenze elevate. Ciascuna delle riforme previste dal piano minaccia totem e tabù dei 5 Stelle, ma due più delle altre: va contenuta la quota di investimento sull’idrogeno verde, perché poco applicabile all’economia di oggi; ma soprattutto bisogna pensare con urgenza a una riforma degli ammortizzatori sociali per il mercato del lavoro. Su questo aspetto il reddito di cittadinanza e i navigator di impronta 5 Stelle hanno dimostrato di non funzionare e in marzo scade il blocco dei licenziamenti. C’è il rischio che il sistema della cassa integrazione finisca ingolfato da una massa di persone che nessuno prende in carico e riavvia al lavoro.

Risorse e rimpasto
Per questo il confronto sul Recovery non può esaurirsi nel Consiglio dei ministri di oggi, ma ha bisogno di continuare per almeno un mese. Per questo finirà per incrociarsi con il confronto sul rimpasto dei portafogli ministeriali o sulla squadra di un nuovo governo. E per questo il duello personale fra Renzi e il premier Giuseppe Conte sembra all’improvviso contare meno del modo in cui saranno usati questi 209 miliardi. Se non ai due interessati, lo sembra almeno agli altri sessanta milioni di italiani.

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