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Lavoro e imprese: cresce il ruolo degli immigrati nella Ue

Gli immigrati hanno rivoluzionato il mercato del lavoro con un impatto di proporzioni enormi. Ma oggi c’è ancora spazio per loro? E, soprattutto, la “finestra” di opportunità e la crescita del Pil in Europa riservano posti anche per i lavoratori provenienti dall’estero? Partiamo da due numeri: negli ultimi dieci anni, secondo l’Ocse, gli immigrati hanno coperto il 70% dell’incremento dei posti di lavoro in Europa e il 47% negli Stati Uniti. Dall’assistenza familiare all’edilizia, dalle imprese manifatturiere ai servizi, gli immigrati hanno riempito importanti nicchie del mercato del lavoro, soprattutto in Europa, e hanno creato nuove piccole imprese. Gli immigrati giovani, così come i giovani dei Paesi ospitanti, hanno un’educazione scolastica più elevata di quella dei lavoratori vicini alla pensione. Flessibili, per necessità, hanno contribuito e agevolato la flessibilità del mercato del lavoro, soprattutto in Europa.
Il dibattito di questi mesi ruota prevalentemente sul fenomeno drammatico degli sbarchi, portando spesso l’opinione pubblica a identificare “immigrati” e “profughi” come sinonimi. In realtà, i migranti sbarcati sulle nostre coste nell’ultimo anno (170mila) rappresentano il 3% della popolazione straniera residente regolarmente in Italia (circa 5 milioni). «La componente immigrata, nonostante la crisi, ha mantenuto un tasso di occupazione superiore rispetto alla popolazione italiana – sottolineano alla Fondazione Leone Moressa -. Questo fenomeno, dovuto principalmente alla struttura demografica della popolazione straniera (più giovane, e quindi in età lavorativa), ha un impatto diretto sul nostro sistema economico. I 2,3 milioni di occupati non italiani, infatti, contribuiscono alla produzione di circa 123 miliardi di euro di valore aggiunto, ovvero l’8,8% della ricchezza nazionale complessiva. Nel 2014, a fronte di un calo degli occupati italiani (-23 mila unità), si è registrato un aumento degli occupati dall’estero (+111 mila). Allo stesso modo, il tasso di disoccupazione relativo agli italiani ha continuato a salire (+0,6%), mentre quello degli stranieri ha mostrato segni di diminuzione (-0,4%)».
Un altro contributo significativo all’economia italiana arriva dagli imprenditori stranieri. Gli imprenditori nati all’estero attivi in Italia alla fine del 2014 sono oltre 632 mila, pari all’8,3% del totale. «Nel periodo della crisi (2009-2014) in tutte le regioni c’è stato un aumento, che coincide con il calo degli imprenditori italiani. A livello nazionale, gli imprenditori stranieri sono aumentati del 21,3%, mentre gli italiani sono diminuiti del 6,9%».
Secondo i ricercatori della Fondazione Leone Moressa «i dati dimostrano il ruolo dei lavoratori stranieri nel sistema produttivo nazionale. Nell’ultimo anno gli occupati stranieri sono 2,3 milioni, in aumento del 5% rispetto all’anno precedente, e producono circa l’8% del Pil. Gli occupati stranieri rappresentano circa il 10% dei lavoratori in Italia: nonostante l’emergenza sbarchi, la componente straniera è fondamentale per l’economia italiana e rappresenta un’opportunità di rilancio per l’intero sistema economico».
E in Europa ci sarà ancora posto, anche in uno scenario di medio periodo? «Apparentemente potrebbe esserci – spiega Giancarlo Blangiardo, docente di Demografia all’Università Bicocca di Milano ed esperto della Fondazione Ismu -. Da qui al 2030, cioè tra 15 anni, secondo le previsioni Eurostat ci sarebbe infatti, in assenza di migrazioni, un calo della popolazione in età lavorativa nell’ordine di quasi 20 milioni di unità. Un calo che potrebbe tuttavia dimezzarsi se si tiene conto dei flussi migratori previsti da Eurostat secondo le tendenze del recente passato».
Altre stime della Commissione Ue mostrano che tra il 2013 e il 2025 vi sarà una sostanziale stabilità (solo 3 milioni di crescita), ma soprattutto mettono in rilievo un riassestamento qualitativo che privilegia i livelli professisonali alti (+21 milioni) a scapito di quelli medi (-5 milioni) e soprattutto bassi (-13 milioni): «Si accredita uno scenario che lascia poco spazio a un’immigrazione scarsamente qualificata come è, verosimilmente, quella potenzialmente spinta a emigrare da un’Africa sub-sahariana – prosegue Blangiardo -. Anche l’Italia verrebbe caratterizzata, pur a totale di forza lavoro invariato, da uno spostamento verso qualifiche più alte (+3 milioni compensato da un identico calo per la qualifiche più basse), ma forse da noi ci saranno ancora possibilità di espansione almeno nel lavoro domestico, dove l’invecchiamento della popolazione farà da spinta propulsiva.»

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