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Lavoro autonomo sotto stress

Meno di un libero professionista su tre ha ottenuto il ristoro dell’indennità prevista dal governo durante il lockdown. Stando almeno ai conteggi realizzati da Confprofessioni, nel V rapporto sulle libere professioni (ItaliaOggi del 26/1), sui dati forniti dalle Casse di previdenza. Mentre imperversava la prima ondata della pandemia, tra marzo e aprile scorsi, quasi mezzo milione di professionisti (rispetto a un totale censito di 1,38 milioni) ha inoltrato la domanda di indennità ottenendo una risposta positiva nel 91% dei casi. Valore che, rapportato alla platea globale degli aventi diritto, si traduce in circa un terzo di liberi professionisti (29,8%) che ha ricevuto in banca il bonifico da 600 euro stanziato dall’esecutivo. Ma quali sono state le categorie che hanno richiesto maggiormente questa indennità? Per rispondere a questa domanda gli analisti di Confprofessioni hanno incrociato i dati raccolte dalle Casse previdenziali arrivando a stilare una graduatoria. In cima alla lista, i biologi, gli psicologi e i geometri, con una percentuale di domande presentate superiore al 60% rispetto alle rispettive platee di riferimento. Seguono gli avvocati, gli ingegneri, gli architetti, e i veterinari con percentuali intorno al 50%. Tutte le altre categorie si attestano sotto il 40%, mentre in coda, sotto il 12%, si sono posizionate quasi tutte le professioni sanitarie, oltre ai notai e agli addetti all’agricoltura.

Ma esiste anche un altro aspetto interessante della questione, dato dall’esame della percentuale di domande accolte su quelle pervenute. In questo caso, i più favoriti sono stati gli avvocati e procuratori, i giornalisti e pubblicisti, i commercialisti e ragionieri. Ma anche i consulenti del lavoro, gli ingegneri e gli architetti le cui domande sono state accolte con tassi molto vicini al 100%. Al contrario di quanto registrato, per esempio, tra gli infermieri che hanno registrato un tasso di accoglimento della richiesta di indennità di appena il 45%. Mentre nel caso degli agricoltori i numeri di Confprofessioni evidenziano il rigetto totale delle domande presentate dagli associati all’Enpaia.

La fotografia presentata fino a questo momento non tiene conto, tuttavia, del piccolo esercito di lavoratori autonomi non registrati a una Cassa professionale privata di riferimento, e iscritti invece alla sezione separata dell’Inps. Parliamo di oltre 4,8 milioni di domande presentate all’Istituto di previdenza statale durante i giorni del lockdown. In questo caso, la percentuale di accoglimento si attesta circa 10 punti percentuali al di sotto di quella dei cugini maggiori: 82% di domande accolte contro il 91% delle casse private. Ma con una forte diversificazione per categorie: la quota di riscontri positivi è risultata infatti molto elevata tra i lavoratori autonomi (92%) e gli agricoli (86% circa), scendendo notevolmente tra gli stagionali del turismo (41%) ma anche tra i lavoratori dello spettacolo (59%) e i professionisti e collaboratori (60%). «Le donne hano usufruito dell’indennità in percentuale superiore ai colleghi (87% contro 78%)», hanno spiegato gli esperti di Confprofessioni secondo cui, a livello regionale le quote di liberi professionisti iscritti alla gestione separata Inps che hanno ottenuto l’indennità si trovano per lo più nel Mezzogiorno, in particolare Sicilia, Campania e Calabria.

Al di là della questione indennità, tuttavia, l’avvento della pandemia sembra aver messo a dura prova il mondo delle libere professioni in Italia.

«Il comparto del lavoro indipendente ha perso nei primi sei mesi del 2020 circa 170 mila unità (-4,1%), di cui 30 mila sono liberi professionisti (-2%)», ha avvertito Gaetano Stella, presidente di Confprofessioni. «Nell’ultimo decennio il lavoro indipendente era già sotto pressione (-735 mila unità circa), colpito da una silenziosa rivoluzione interna nei flussi di entrata e di uscita. Nelle fasce di età più giovani mancano all’appello quasi un milione di persone: un crollo solo in parte compensato dalle coorti di età più anziane e dai nuovi ingressi dei laureati (+372 mila), che di norma si vanno a collocare tra i liberi professionisti».

Tra le professioni più colpite dal Covid in termini occupazionali spiccano quelle del commercio: alla fine del primo trimestre dello scorso anno, questo comparto segnava infatti un saldo negativo del 14% rispetto ai primi tre mesi del 2019.

In calo anche i lavoratori autonomi del settore tecnico (-5,7%) e di quello amministrativo (-2,5%). Ma c’è anche chi ha segnato una accelerazione in termini occupazionali. È il caso degli autonomi del settore scientifico e veterinario che nel primo trimestre del 2020 hanno visto crescere il proprio numero del 9,2%, poco meno del doppio rispetto ai legali (+5,5%) o della sanità (+2,7%).

«L’emergenza Covid ha impattato soprattutto sui liberi professionisti con dipendenti che sono scesi del 16,7% nel secondo trimestre del 2020», si legge nel rapporto di Confprofessioni secondo cui il lieve aumento del numero di liberi professionisti senza dipendenti è stato in grado di compensare solo in piccola parte questo calo. «Nel saldo negativo è compresa una parte di datori di lavoro che ha cessato totalmente l’attività nella libera professione e una parte che non si avvale più di collaboratori alle dipendenze. Il calo insiste prevalentemente nel Nord Italia, dove scende anche il numero di liberi professionisti senza dipendenti, e nel Centro Italia, dove invece sembra essere più diffusa la situazione di passaggio dallo status di datore di lavoro a quello di libero professionista senza dipendenti». E nel sud del Paese? «Nel Meridione la variazione tendenziale è risultata positiva per entrambe le componenti. Ma a crescere è stato soprattutto il numero di datori di lavoro».

Infortuni sul lavoro. Con il coronavirus calano gli infortuni sul lavoro. Ma non per tutti. Durante i mesi del lockdown, tra marzo e aprile scorsi, il numero di infortuni ha segnato una contrazione media del 33% rispetto agli stessi mesi del 2019.

Nonostante questo, alcuni settori si sono mossi in controtendenza. In particolare i lavoratori dell’ambito sanitario e dell’assistenza sociale, che nel periodo in questione hanno registrato una vera e propria esplosione del numero di infortuni, pari addirittura a +315,2%. In quest’area il numero di casi rilevati è passato infatti da meno di 5 mila (a marzo e aprile 2019) a oltre 19mila, dato fortemente condizionato dagli eventi di contagio da coronavirus in ambito lavorativo cui sono stati esposti gli operatori sanitari.

In forte crescita anche gli infortuni nella pubblica amministrazione saliti del 79% durante il lockdown rispetto allo stesso periodo di un anno prima. Così come è avvenuto per i lavoratori dell’agricoltura che nello stesso arco temporale hanno fatto segnare una crescita degli infortuni dell’83%. Sul fronte opposto troviamo il -77% del comparto scolastico, -70% di infortuni tra i dipendenti di banche e assicurazioni e -67% nel settore delle costruzioni.

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