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Lavoro agile, oltre l’anti-virus

Ci sono momenti come quello che stiamo vivendo in cui d’improvviso si sente la necessità di qualcosa: un disinfettante per le mani, un buon sistema di smart working. Solo che il primo si può trovare sborsando qualche decina di euro in più, con il secondo non si improvvisa. In Italia, secondo gli ultimi dati dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico di Milano rilasciati a ottobre, nel 2019 erano 570 mila i lavoratori dipendenti che avevano accesso al lavoro agile, il 20% in più di un anno prima. Ovviamente sono le grandi imprese ad aver avviato il numero maggiore di progetti, il 58%, 2 punti percentuali in più di un anno prima, mentre per le pmi questa percentuale scende al 12% comunque in incremento rispetto all’8% del 2018. Numeri a cui si aggiungono le iniziative informali, tutti comunque con un ampio spazio di manovra.

A seguito dell’esplosione degli accertamenti dei casi di coronavirus, da ieri sono molte le aziende che hanno annunciato un uso più intenso dello smart working in particolare in Lombardia: da Intesa a Unicredit, Generali, Luxottica, Enel, Eni, Armani, Vodafone, Wind e così via. Nelle zone rosse in quarantena, in particolare, un provvedimento del governo permette l’applicazione del lavoro agile immediatamente anche in mancanza di accordi con l’azienda.

In realtà con l’urgenza del coronavirus ci si riferisce più che altro al telelavoro, al lavoro da casa, dove in genere basta un pc, un telefono e una connessione Internet. Lo smart working è qualcosa di diverso. «Il telelavoro è un primo bel segnale, ma lo smart working è molto più ampio. Non significa dire alle persone: “tu puoi lavorare da casa il martedì dalle 10 alle 12”, ma: “lavora quando vuoi e da dove vuoi. Io ti valuto per quello che fai e ottieni”. È un tema di leadership e comporta anche il cambiamento delle tecnologia e degli uffici», chiarisce Enrico Miolo, collaboration leader di Cisco Italy, l’azienda che Gartner indica come leader nel mercato delle soluzioni per i meeting, seguita da Microsoft, altro grande player del settore.

Un concetto, quello di lavoro agile, che porta benefici al di là delle urgenze come questa. «Se adesso la prima cosa che viene in mente è la continuità di business», spiega Fiorella Crespi, direttore dell’Osservatorio Smart Working del Politecnico, «in condizioni normali lo smart working porta una serie di benefici, in primis l’aumento della produttività. Le persone si sentono più responsabilizzate, dotate di più fiducia da parte dell’azienda e sono più efficaci nel loro lavoro perché possono farlo quando e dove ritengono opportuno: riesco a fare più cose e a farle meglio. C’è poi il vantaggio, con migliori condizioni di lavoro, di attrarre talenti, giovani digitali, di poter utilizzare meglio gli spazi aziendali, riducendo in alcuni casi i costi. Mentre per il dipendente significa risparmiare il tempo degli spostamenti, denaro, e la possibilità di conciliare meglio le esigenze personali con quelle professionali, con un indubbio impatto anche sulle città».

«Cisco in questi anni ha lavorato molto sulla semplicità e sulla qualità delle soluzioni di smart working di WebEx: con questi due elementi l’adozione è immediata», racconta Miolo. «Magari in passato erano soluzioni accessibili solo alle grandi aziende. Da 6 anni a questa parte arriviamo anche alle imprese più piccole e individuali. Questo grazie al cloud, che ne ha semplificato l’adozione».

Per un lavoratore basta un cellulare e un portatile, sui quali sono installati le app e i software interfaccia, ma il lavoro maggiore è fatto dal cloud, l’infrastruttura software in rete su cui si poggiano i vari tasselli. A tutto questo in azienda si aggiunge l’hardware: sale riunioni di medie e grandi dimensioni attrezzate con telecamere, microfoni e schermi, nei quali non solo i partecipanti si incontrano in maniera fisica e virtuale, ma attraverso le quali collaborano su progetti. Senza contare che con l’intelligenza artificiale applicata oggi si aggiungono assistenti virtuali, traduzioni simultanee e così via.

«Non è soltanto una questione di come l’azienda si organizza con i propri dipendenti», contina Miolo, «ma anche di come collabora con le altre». Tacchificio del Brenta, per esempio, azienda padovana che progetta e produce tacchi, zeppe e plateau per i più grandi marchi di calzature al mondo, lavora a distanza con gli stilisti sparsi nel mondo su modelli, materiali e idee. Mentre da remoto gli esperti di Intesa Sanpaolo possono essere contattati dai clienti grazie a un software di Cisco integrato nell’app della banca. Tutto rispettando la sicurezza e le norme sulla privacy.

«Non diciamo che con queste tecnologie è superfluo incontrare fisicamente le persone, tutt’altro, a meno che non ci siano restrizioni come in questo momento», conclude Miolo. «Ma sicuramente siamo molto più produttivi: oggi ho già fatto quattro meeting, compreso questo incontro virtuale con ItaliaOggi. Se avessi fatto cinque riunioni in cinque parti d’Italia sarebbe servita una settimana».

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