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Lavoro, 92mila contratti in più a marzo

Nonostante le difficoltà del mercato del lavoro, il mese di marzo si archivia con un saldo positivo di 92.299 rapporti di lavoro. Le attivazioni di nuovi contratti, infatti, toccano quota 641.572 e le cessazioni 549.273. Si tratta di un miglioramento rispetto allo stesso mese dell’anno precedente, quando il saldo è stato sempre positivo, ma di 61.666 unità. Nel confronto tra marzo 2015 e marzo 2014 aumentano le assunzioni (+21.540), e cresce l’incidenza del contratto a tempo indeterminato che rappresenta il 25,3% del totale delle nuove attivazioni, contro il 17,5% dell’anno precedente. Di contro, nel mese scorso si registra un calo sensibile per tutte le altre tipologie contrattuali, dalle collaborazioni (rappresentavano il 7,8% rispetto all’attuale 5,7%), l’apprendistato (l’incidenza è scesa dal 3,4% al 2,6%), e il contratto a tempo determinato passato dal 63,7% al 59,5 per cento. 
È questo il quadro che emerge dai dati relativi alle comunicazioni obbligatorie del ministero del Lavoro (non riguardano la Pa, il lavoro domestico e interinale), relativi a marzo, mese in cui (esattamente dal 7 marzo) ha debuttato il nuovo contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti introdotto dal Jobs act. È presto per dare un giudizio, bisognerà attendere i dati Istat del primo semestre dell’anno per avere una fotografia più puntuale dell’andamento dell’occupazione. Questi numeri, soggetti ad essere periodicamente rivisti, rappresentano un primo segnale, sembrano risentire positivamente degli effetti delle misure della legge di stabilità, che ha abbattuto di 8.060 euro l’anno (per una durata di 3 anni) i contributi a carico delle imprese che assumono dal 1° gennaio al 31 dicembre con il contratto a tempo indeterminato, misura che si somma al taglio della componente “costo del lavoro” dalla base imponibile Irap, e alla riscrittura dell’articolo 18 per i neoassunti a tutele crescenti. E così il ricorso al contratto a tempo indeterminato, che è aumentato del 50% rispetto a marzo 2014, sta cannibalizzando l’apprendistato, riordinando l’utilizzo dei contratti a termine, scoraggiando le collaborazioni. Sembra trattarsi in larga prevalenza di trasformazioni, piuttosto che di nuove assunzioni: a marzo sono stati trasformati oltre 40.034 rapporti a tempo.
Nel confronto tra il mese di marzo del 2015 e del 2014 si riducono anche le cessazioni dei rapporti di lavoro, che il mese scorso sono state 549.273 rispetto alle precedenti 558.366. Lo stesso andamento riguarda il contratto a tempo indeterminato: anche in questo caso sono diminuite le cessazioni nel confronto tendenziale (sono state 131.128, erano 144.839 a marzo 2014). A questo proposito va ricordato che dal 7 marzo è in vigore la nuova disciplina del contratto a tutele crescenti che ha modificato l’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori: i licenziamenti illegittimi vengono sanzionati di norma con il pagamento di un’indennità economica al posto della reintegra nel posto di lavoro.
Con i dati di marzo, il primo trimestre 2015 si chiude con un saldo positivo tra attivazioni (2.024.550) e cessazioni (1.473.613) pari a 550.937 rapporti di lavoro. Rispetto al primo trimestre 2014 si registrano 176.460 attivazioni di rapporti di lavoro in più, con 132.778 contratti a tempo indeterminato attivati in più.
Prudenti i commenti del ministro del Lavoro, Giuliano Poletti: «Bisogna essere misurati e cauti nel senso che stiamo parlando di contratti di lavoro, non di nuovi posti», un dato «qualitativo già visto a gennaio e febbraio: aumentano in maniera importante i contratti a tempo indeterminato, mentre si riducono tutte le altre tipologie contrattuali, in particolare le collaborazioni a progetto. Almeno un obiettivo di quelli che stiamo perseguendo, quello di far cambiare qualitativamente il mercato del lavoro, l’abbiamo raggiunto». Sul versante politico il responsabile economico del Pd, Filippo Taddei, sottolinea «il segnale positivo» dei dati: le stabilizzazioni «significano sempre più diritti per chi lavora».
Parla di «mera propaganda» invece la leader della Cgil, Susanna Camusso, e anche Renato Brunetta (Fi) è critico: il Governo «dà numeri di nuovi contratti lavoro senza specificare metodologia di calcolo, e salvo smentire trionfalismo poco dopo». Per Cesare Damiano (Pd) si tratta di «primi dati positivi. Ora l’Esecutivo renda strutturali gli incentivi e garantisca 24 mesi di indennità di disoccupazione anche dopo il 2016». Per Maurizio Sacconi (Ap) «i generosissimi benefici contributivi in vigore da gennaio non sono stati sufficienti se i più hanno preferito attendere la nuova regolazione dei licenziamenti per assumere. A conferma che le norme influenzano gli operatori».
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