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Lavori stabili meno cari e sussidio universale Art.18 rinviato al decreto pochi i casi di reintegro

Tutto rinviato sull’articolo 18. La norma dello Statuto dei lavoratori sarà riscritta nei decreti delegati del governo. Il maxi emendamento su cui ieri notte il governo ha ottenuto la fiducia dal Senato non fa alcun cenno alla tutela dei licenziamenti senza giusta causa. La linea dell’esecutivo è stata illustrata dal ministro del Lavoro, Giuliano Poletti, nel testo che ha solo consegnato a Palazzo Madama non avendolo potuto leggere per la bagarre scatenata dai senatori del M5S. Sarà dunque tradotta in norme con i decreti che arriveranno nella prima metà del prossimo anno. Riguarderà solo i neo-assunti e non prevederà più il reintegro nel posto di lavoro nel caso di licenziamento senza giusta per motivi economici. Scatterà solo l’indennizzo monetario, crescente in base all’anzianità di servizio del lavoratore. Resterà il reintegro per i licenziamenti discriminatori e per quelli ingiustificati di natura disciplinare particolarmente gravi. L’obiettivo del governo è di ridurre al minimo la discrezionalità dei giudici. Pertanto dovrebbe esserci una rigorosa “tipizzazione” dei casi nei quali è possibili il reintegro nel posto di lavoro.

La norma che apre all’ennesimo ritocco dell’articolo 18 (il precedente risale a soli due anni fa) è quella sull’introduzione (non più eventuale come nella prima versione del decreto), «per le nuove assunzioni, del contratto a tempo indeterminato a tutele crescenti in relazione all’anzianità di servizio». Sarà a quel punto che la disciplina si estenderà, modificandolo, all’articolo dello Statuto dei lavoratori. Il ministro Poletti ha garantito che si terrà conto delle diverse posizioni emerse anche all’interno del Pd.
La novità di rilievo, rispetto al testo iniziale della delega, è negli incentivi, attraverso sgravi contributivi, a favore dei contratti a tempo indeterminato. Il contratto standard dovrà costare di meno rispetto alla altre tipologie. Una norma necessaria per compensare il forte appeal dei contratti a tempo determinato del tutto liberalizzati con il decreto Poletti.
Per il resto l’impianto della delega resta sostanzialmente quello originario. Si disegna un mercato del lavoro che tende a ridurre il dualismo tra lavoratori, facendo sparire gran parte dei contratti precari (a cominciare dai collaboratori a progetto), con un forte accentramento delle politiche attive per il lavoro (è prevista la nascita di un’Agenzia nazionale per l’occupazione), con l’estensione degli ammortizzatori sociali (1,5 miliardi saranno stanziati nella prossima legge di Stabilità per avviare la riforma) e della tutela della maternità anche alle lavoratrici con contratti non standard. Si punta a una semplificazione delle procedure amministrative e dei controlli sulle imprese. Affiora, nel Jobs Act, una sorta di cultura comunitaria dei rapporti tra capitale e lavoro e tra i lavoratori stessi con l’uso dei contratti di solidarietà non solo a scopo difensivo (evitare i licenziamenti) ma anche attivo, cioè fare leva sulla riduzione dell’orario di lavoro, come è già stato fatto in Germania, per aumentare l’occupazione. In chiave solidaristica c’è anche la possibilità, che i lavoratori, come è già stato fatto in Francia, possano cedere parte delle proprie ferie a colleghi che ne abbiamo bisogno per accudire un figlio che richiede cure particolari. Fa capolino il salario minimo, in via sperimentale, per i collaboratori e per i lavoratori (non più del 5 per cento) privi del contratto nazionale di categoria.
Ridimensionata, infine, la possibilità di demansionare il lavoratore in caso di ristrutturazioni aziendali senza intaccare, tuttavia, la sua retribuzione. Limitato anche l’uso del lavoro accessorio con i voucher per i quali viene reintrodotto il tetto dei 5.000 euro.
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