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Per i lavoratori part-time la pensione dopo i 70 anni

Fare causa per andare in pensione. Vincerla, ma essere costretti a lavorare oltre i 70 anni. È l’assurda storia di tanti lavoratori e soprattutto lavoratrici con contratti a tempo indeterminato, ma a part-time verticale ciclico. Che alterna periodi di lavoro a mesi di sospensione. Mesi in cui si è senza stipendio, disoccupazione, assegni familiari, contributi previdenziali. Contratti diffusi nelle aziende dell’agro-alimentare, come quelle del panettone che chiudono d’estate. Ma anche nel turismo e ristorazione. Oltre che negli appalti multiservizi degli enti locali: mense e pulizie nelle scuole. Qui si lavora da metà settembre a metà o fine giugno. E poi “sospesi”.
Si tratta di 100-150 mila lavoratori. Ma una mappatura vera e propria non c’è. L’Inps la sta predisponendo, anche perché Cgil, Cisl e Uil la scorsa settimana hanno chiesto al governo di porre fine a una disparità che dura da 9 anni. Da quando cioè la Corte europea di Giustizia ha scritto in una sentenza del 2010 che non ci può essere discriminazione tra part-time verticale (lavoro concentrato in alcuni mesi) e orizzontale (poche ore tutti i giorni dell’anno), a parità di tempo lavorato. In entrambi i casi un anno di lavoro, fatto di 52 settimane, deve valere un anno. E non 9 mesi, come nel caso del part-time ciclico nella scuola. Perché così facendo si erode il diritto alla pensione. Questi lavoratori perdono 3 mesi all’anno, ai fini dell’anzianità (non certo dei contributi: 9 mesi valgono 9 mesi). E così l’uscita dalla pensione si sposta di un anno ogni 4. Detta in altri termini, per maturare 20 anni di lavoro — il minimo per andare in pensione di anzianità a 67 anni nel 2019, ma il traguardo si sposterà perché adeguato alla speranza di vita — occorre lavorarne 23.
Basterebbe una circolare dell’Inps, dicono i sindacati. Ci vuole una modifica legislativa, dice il governo che promette di intervenire in autunno nella legge di delegazione europea o nel decreto fiscale. In realtà la sentenza Ue è fonte primaria e già operativa nell’ordinamento italiano. Lo dimostrano le sentenze di primo grado, appello e Cassazione che a decine danno ragione ai lavoratori. La stessa Inps ormai fa scadere i termini per impugnarle. Possibile che l’unico modo per farsi riconoscere un diritto sia fare ricorso? «Al momento sì», risponde Giorgio Ortolani, Filcams Cgil. «A Milano l’Inps ha perso già 40 cause e in Lombardia 2.500 sono pronti a farla».
Ma l’anno calcolato monco dei mesi “sospesi” non è l’unico problema per questi lavoratori che spesso lavorano poche ore. Una legge del 1983, voluta per scoraggiare l’impiego in nero nei cantieri, pone un minimale pari nel 2019 a 10.670 euro di reddito lordo annuale. Se stai sotto, l’Inps ti ricalcola il tuo anno lavorativo ai fini dell’anzianità previdenziale dividendo il reddito effettivo per 205,2 euro (retribuzione settimanale). Quindi se hai incassato 6 mila euro, quell’anno non conta un anno ma 29 settimane, circa 7 mesi (6 mila diviso 205,2). Perdendo così 5 mesi. E qui l’Europa nulla può, occorre rivedere la legge. Ma ecco il paradosso: un lavoratore vince la causa grazie alla sentenza Ue del 2010, ma in pensione non ci va lo stesso per via del minimale Inps. E rimane bloccato, prorogando anche di 10 anni la permanenza al lavoro, come mostra la tabella. Lavoratore povero, pensionato (quasi) mai.
Attenzione però. Questo del minimale è un problema che riguarda tutti i part-time, una forma di lavoro esplosa con la crisi: 4 milioni e 571 mila lavoratori, di cui 2 milioni 784 mila part-time involontari e 1 milione 787 mila involontari.
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