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Lavoratori e imprese, le incognite per chi resta

Per ottenere la cittadinanza britannica a un italiano oggi servono almeno sei anni di residenza permanente nel Regno Unito e una cifra che parte dai 1.450 euro e può arrivare anche a 3.500. Per ottenere la cittadinanza italiana, invece, a un inglese bastano quattro anni di residenza in Italia e un modulo online da 216 euro.
Se il mantra che da mercoledì dovrà guidare il divorzio della Gran Bretagna dalla Ue è quello della reciprocità, allora siamo ancora lontani dall’obbiettivo.
Nessuno sa con certezza quali saranno gli obblighi e i diritti dei cittadini Ue che oggi studiano, lavorano o fanno impresa a Londra, quando tra due anni si concluderanno le procedure di Brexit. Sappiamo che il capo negoziatore per conto della Ue, Michel Barnier, ha dichiarato di voler cominciare le trattative dai diritti di cittadinanza e di circolazione delle persone. Mentre il governo britannico ha fatto sapere che darà grande importanza agli accordi sugli scambi commerciali. Insomma, l’incertezza è elevata.

Studenti
Oggi nel Regno Unito vivono oltre mezzo milione di italiani. Cosa li attende, in questi due anni? Cominciamo dagli studenti universitari, per i quali qualche certezza c’è. Il governo garantisce: anche per il 2017, chi si iscrive in un ateneo britannico non vedrà salire le tasse universitarie non solo per l’anno accademico di immatricolazione, ma per tutto il corso di studi. Sarà per questo che le iscrizioni 2016-17 degli studenti Ue nelle università britanniche non sono calate: a Oxford si sono iscritti 1.322 studenti Ue l’anno scorso e 1.399 quest’anno; mentre all’University of Glasgow il totale degli studenti europei era di 2.318 nel 2015-16 e di 2.390 nel 2016-17, anche se dall’ateneo fanno sapere «che per settembre ci aspettiamo un calo delle immatricolazioni».
Dall’aprile del 2019 però le certezze finiscono: «Vi faremo sapere quante tasse universitarie pagherete per il 2019 non appena avremo informazioni più precise dal governo», rispondono dall’University of Edinburgh, dove gli studenti Ue oggi sono 4.800, il 13% del totale.

Lavoratori
Chi invece in questi due anni di negoziati può portarsi avanti sono gli italiani in grado di dimostrare di aver risieduto e lavorato per sei anni in Gran Bretagna. Spiega l’avvocato Martin Pugsley, partner dello studio Delfino e Associati Willkie Farr & Gallagher nonché membro del collegio dei saggi di Select Milano: «Chi ha questi requisiti può richiedere la cittadinanza inglese e ottenere il doppio passaporto. Il problema però è dimostrarlo: se infatti in Italia è obbligatorio registrarsi al Comune di residenza, in Gran Bretagna questo non è necessario. Ne consegue che se una persona non può esibire sei anni di ricevute delle bollette semplicemente perché le utenze erano intestate al convivente, dimostrare la residenza può diventare complicato». Insomma, per chiedere la cittadinanza serve il Permanent residence document, che certifica la residenza. Questo costa 65 sterline, cui vanno aggiunte le 1.236 della domanda di cittadinanza, le spese legali (intorno alle 700 sterline) e 150 sterline per sostenere l’esame di storia inglese (sic) previsto dal Governo. «A parti invertite – aggiunge l’avvocato – un cittadino britannico che risiede in Italia da quattro anni può richiedere la cittadinanza italiana sul sito del ministero degli Interni con soli 216 euro».

Imprese
Secondo l’avvocato Pugsley, le aziende italiane che hanno una filiale in Gran Bretagna possono stare abbastanza tranquille: «Cambiamenti significativi colpiranno solo chi opera nei settori regolamentati come la finanza. Per gli altri, gli stravolgimenti saranno improbabili, data la storica apertura del Regno Unito verso il mondo del business». Anche Leonardo Simonelli, presidente della Camera di Commercio italiana a Londra, è ottimista: «Tutti gli imprenditori che sento hanno intenzione di restare qui», assicura. Però non nasconde qualche preoccupazione, «ad esempio per chi si è stabilito in Irlanda del Nord, la cui interdipendenza con la Repubblica d’Irlanda è addirittura più alta che con Londra. Di italiani che hanno scelto Belfast ce ne sono, perché quest’area si è sviluppata in fretta e garantisce a chi si insedia costi molto più bassi di Dublino. Come si farà, quando fra Sud e Nord verranno ristabiliti i confini? Noi, per precauzione, abbiamo appena aperto una succursale a Dublino».

La variabile scozzese
La devolution agita gli animi anche in Scozia, dove domani il parlamento di Edimburgo riprenderà il dibattito – sospeso mercoledì scorso per l’attentato di Westminster – sull’ipotesi di un nuovo referendum per l’indipendenza. «Un’eventuale nuova consultazione però – ricorda l’avvocato Pugsley – potrà avvenire solo a processo di Brexit terminato», perché è il parlamento di Londra a doverla autorizzare e lì la maggioranza è controllata dal premier Theresa May, che ha già fatto sapere di essere contraria. E questo significa che un universitario italiano a Glasgow, per intenderci, ad aprile del 2019 non avrà nessun vantaggio rispetto al suo collega di Londra, «perché prima uscirà anche lui dalla Ue, insieme al resto della Gran Bretagna, e solo in un secondo momento potrebbe tornarci – spiega Pugsley – il che poi è tutto da vedere, visto che a oggi la Scozia non centra i criteri europei perché ha un deficit del 9,5%, più alto di quello greco».
La nebbia, insomma, è ancora fitta. «Non dimentichiamoci – provoca l’avvocato Maurizio Delfino, managing partner dello studio Delfino e Associati Willkie Farr & Gallagher – che ai sensi del Trattato, sarebbe anche possibile che il termine negoziale di due anni venga prorogato».

Micaela Cappellini

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