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L’autodestinazione non salva il bene

Stabilire con un atto unilaterale un vincolo di destinazione su un proprio bene non può bastare a sottrarlo all’espropriazione forzata da parte dei creditori. Lo sostiene il tribunale collegiale di Reggio Emilia (Presidente Savastano, relatore Morlini) in un’ordinanza del 12 maggio.
La vicenda riguarda una società finanziaria, che aveva pignorato un immobile di proprietà di un suo debitore inadempiente ma si era vista opporre un vincolo che il proprietario aveva impresso sul bene in forza di un atto pubblico trascritto in precedenza. Infatti, richiamandosi all’articolo 2645-ter del Codice civile, introdotto dal’articolo 39-novies del decreto legge 273/2005, il debitore aveva provato di avere anni prima destinato il bene a soddisfare le esigenze abitative e in genere i bisogni del nucleo familiare, individuando come termine finale il compimento del quarantesimo anno di età della figlia. L’immobile quindi non poteva, a suo dire, essere aggredito in via esecutiva se non per debiti contratti per lo scopo di destinazione; e i debiti per i quali era esposto con la società finanziaria procedente nulla avevano a che fare con lo scopo di destinazione.
Il tribunale ha respinto questa tesi, ricordando anzitutto che l’orientamento maggioritario in giurisprudenza non riconosce la possibilità di autodestinazione unilaterale di un bene già di proprietà della parte, tramite un negozio destinatorio puro. Difatti, per non scardinare il principio della responsabilità patrimoniale illimitata, la portata applicativa dell’articolo 2645-ter del Codice civile si dovrebbe ritenere limitata alle ipotesi di destinazione traslativa collegata ad altra fattispecie negoziale tipica o atipica dotata di autonoma causa.
Ma anche se si volesse ammettere la legittimità del negozio destinatorio puro, secondo i giudici di Reggio Emilia, andrebbe comunque verificato se in concreto esso realizzi interessi meritevoli di tutela secondo il principio generale fissato dall’articolo 1322, comma 2, del Codice civile. E ai fini di tale verifica non basterebbe accertare la mera liceità dello scopo, ma occorre individuare uno specifico interesse che il vincolo di destinazione avrebbe dovuto perseguire e che risulti prevalente e in concreto più meritevole di tutela rispetto all’interesse sacrificato dei creditori al soddisfacimento della loro legittima pretesa.
Nel caso esaminato, il proprietario dell’immobile non aveva enunciato i motivi del vincolo e la destinazione di un’abitazione ai bisogni abitativi della famiglia appariva una mera tautologia. Nulla si diceva sulla necessità che aveva fatto sorgere un interesse, diverso da quello meramente elusivo della propria responsabilità patrimoniale. E il termine finale fissato appariva irragionevole, visto che l’autosufficienza di un figlio è presumbilmente raggiungibile ben prima dei quarant’anni.
Pertanto, anche sotto il profilo della verifica della meritevolezza dei fini perseguiti, il tribunale ha ritenuto inopponibile ai creditori il negozio di autodestinazione dell’immobile pignorato e ha dato così il via libera alla procedura espropriativa.

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