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L’autocritica dei potenti che salvarono Wall Street ” Troppi soldi a quei banchieri”

Lo hanno battezzato il “reunion tour”, come una vecchia band che si riunisce dieci anni dopo per un concerto invocato dai fan. Solo che gli aficionados incondizionati scarseggiano. Ben Bernanke, Tim Geithner, Hank Paulson: un tempo li si sarebbe definiti “il trio che salvò il mondo” (da una crisi economica ancora peggiore). Oggi è in voga un’altra definizione: i tre che soccorsero Wall Street e spianarono la strada a Donald Trump. L’exploit della “reunion” è riuscito a farlo il Council on Foreign Relations, che li ha chiamati a fare insieme un bilancio dei terribili eventi del settembre 2008. Quando quei tre erano rispettivamente il capo della banca centrale (Bernanke), il suo numero due con responsabilità d’intervento sui mercati finanziari (Geithner) nonché futuro segretario al Tesoro di Barack Obama, e il ministro del Tesoro dell’uscente Amministrazione Bush (Paulson). I tre stanno al gioco, anche quello di soppesare le loro responsabilità nella genesi dell’ondata nazionalpopulista che ha trasformato l’America.
Cominciano con il rievocare i momenti di panico puro, quelli in cui temettero di perdere il controllo della crisi. Per Paulson il peggio fu «quando il Congresso (a maggioranza repubblicana) bocciò il mio fondo salva-banche», quel Tarp che doveva servire a comprare dagli istituti di credito titoli tossici. (Poi venne riesumato grazie ai democratici).
Geithner ricorda il momento d’esordio di Obama «con il Pil americano che precipitava dell’8%». Per Bernanke la prova più difficile fu il salvataggio di Aig, perché il Congresso non voleva che la Federal Reserve si occupasse di una compagnia assicurativa, ma in realtà l’Aig era diventata «uno hedge fund a capo di un conglomerato di assicurazioni», con relazioni fittissime sia col sistema bancario che con le amministrazioni locali.
Lasciarlo fallire avrebbe aperto voragini multiple, un effetto domino incontrollabile. Per la stessa ragione Paulson difende la scelta — anch’essa impopolare e osteggiata dai suoi compagni di partito — di nazionalizzare le due istituzioni erogatrici di mutui, Fannie Mae e Freddie Mac, «perché altrimenti il credito per la casa si sarebbe prosciugato completamente, peggiorando una crisi del mercato immobiliare già drammatica». Lui stesso riconosce però che nella percezione di tanti cittadini-contribuenti i fondi erogati per rimettere in moto il sistema bancario furono «l’equivalente di un aiuto ai piromani che avevano appiccato l’incendio».
Bernanke, che prima di diventare presidente della Fed era stato uno studioso della Grande Depressione, conferma che «le peggiori crisi finanziarie della storia hanno sempre alimentato ondate di populismo, fu vero negli anni Trenta». Aggiunge però che alcuni ingredienti della rivolta politica erano già presenti prima del 2008: «L’esasperazione per le diseguaglianze, per i danni della globalizzazione, per l’immigrazione».
Di certo la terapia adottata da quel trio non fece nulla per arginare la rabbia popolare, col senno di poi Geithner ammette che «avremmo dovuto fare di più per aiutare milioni di famiglie sfrattate; e limitare i superstipendi dei banchieri». Altra mea culpa: «L’impatto sociale della recessione poteva essere ridotto se avessimo avuto il coraggio e la forza di mantenere più a lungo gli investimenti pubblici a sostegno della domanda».
L’autocritica per gli errori compiuti, da parte di Bernanke si estende all’aver sottovalutato «la crescita di una finanza parallela, esterna alle banche ufficiali, non regolata». C’è anche spazio per ricordare gli errori degli avversari, però: ad esempio lo stupidario colossale dei tanti che prevedevano come conseguenza del “quantitative easing” l’iperinflazione, la svalutazione del dollaro, e un’America «trasformata in una grande Grecia insolvente». La lezione più amara di quella vicenda la estrae Paulson, quando osserva: «La prossima volta di fronte a una crisi grave sarà molto più difficile mobilitare tutti gli strumenti e le energie necessarie, visto il prezzo politico che è stato pagato».
Infine un pensiero al futuro.
Da dove potrebbe venire il prossimo shock sistemico?
Qui un’idea l’avanza una economista tra le più lucide nell’analizzare gli eventi del 2008, Carmen Reinhart: «Attenti alla Cina, non solo per il suo indebitamento ma per i debiti che dissemina in altri paesi emergenti, nella più totale opacità. Dal Pakistan alla Turchia la Cina è diventata uno dei più grossi prestatori ma ignoriamo quasi tutto: l’entità dei debiti di quei paesi, le condizioni, e perfino i default che stanno già avvenendo». La “reunion” nel decennale della crisi serve pure a ricordare che proprio allora nacque il G20, a riprova che ci fu una genuina volontà di cooperazione internazionale. Il prossimo schianto sistemico potrebbe essere affrontato in ordine sparso, alla si salvi chi può.

Federico Rampini

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