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L’auto spinge la produzione

Più 0,1%. Evviva! Il senso della crisi è forse qui, nel doversi entusiasmare per uno zero virgola di aumento della produzione industriale su base annua, che pure non basta a riportare in terreno positivo il bilancio 2014, terzo anno consecutivo a chiudersi in rosso. Mini-rimbalzo a dicembre che sul grafico è appena un’increspatura e che pure è giusto salutare con favore. Non solo perché si tratta del primo rialzo tendenziale dallo scorso giugno, il valore più alto da allora se il confronto è con il mese precedente (+0,4%), ma soprattutto perché si inserisce in una fase in cui altri fattori di spinta esogeni potrebbero sostenere l’output delle imprese. Euro debole e petrolio low-cost, osserva il centro studi Confindustria, dispiegheranno pienamente nei prossimi mesi il proprio effetto espansivo, con numeri che comunque nel 2015 già sono positivi: +0,2% per l’output a gennaio, +0,6% la crescita acquisita nel primo trimestre. Un quadro favorevole dunque, su cui tuttavia resta la duplice incertezza rappresentata da Russia e Grecia.
Dato “buono” quello di dicembre, che migliora ancora (+1,3%) eliminando dal calcolo l’energia, e che viene sostenuto soprattutto dalla crescita dei beni strumentali. «Segnale incoraggiante – osserva l’economista di Intesa Sanpaolo Paolo Mameli – visto che la debolezza degli investimenti aziendali rappresenta nell’attuale fase congiunturale l’anello debole della crescita». Cambio e greggio – aggiunge l’economista – iniziano già a a produrre i primi effetti e il trimestre in corso potrebbe essere per l’industria il più positivo degli ultimi 4 anni. Alla ripresa decisa dei beni strumentali, sia sul fronte dell’export che sul mercato interno, si aggiunge a dicembre lo scatto dei beni durevoli, trainati in particolare dal settore auto (+30,4%), il che allinea la statistica agli annunci del gruppo Fca delle ultime settimane, con le 1.500 nuove assunzioni a Melfi e i tre sabati di straordinario pianificati a febbraio per Pomigliano. I mezzi di trasporto risultano così il settore più tonico tra quelli censiti dall’Istat, con crescite interessanti anche per elettronica (+13,9%) e macchinari (+8,6%), mentre altrove i numeri sono decisamente meno entusiasmanti, con la frenata di tessile-abbigliamento, farmaceutica, gomma-plastica e metallurgia. Il bilancio dell’intero 2014 per la produzione industriale (-0,8%), migliora un poco limitando l’analisi alle sole attività manifatturiere, ma anche eliminando l’energia dal calcolo si tratta pur sempre del terzo anno consecutivo in calo per l’output dell’industria, che in termini di ricavi dal 2007 ha dovuto rinunciare a ben 185 miliardi di euro.
Una ripresa è urgente, anche per provare a ricostituire parte della capacità produttiva perduta nel corso della crisi. Nomisma stima che tra 2007 e 2014 la produzione potenziale manifatturiera, cioè quella ottenibile al pieno utilizzo della capacità installata, sia crollata in Italia del 17,7%, il triplo della media della zona euro, superati al ribasso solo da Spagna e Grecia.
Uno shock, quello della lunga crisi, che ha provocato una selezione dell’apparato produttivo italiano, non necessariamente virtuosa. Tra 2008 e 2012, ad esempio, il numero di imprese manifatturiere si è ridotto in media di 10.600 unità l’anno, con un calo tuttavia meno deciso per le microimprese tra 0 e 9 addetti. Altro segnale preoccupante – spiega Sergio De Nardis, capo economista di Nomisma – è la riduzione del numero degli esportatori, meno che proporzionale rispetto al calo medio delle imprese ma capace di cancellare circa 4mila realtà. Nell’insieme, per riparare i danni all’apparato produttivo servirebbe una ripresa più rapida rispetto alle stime attuali, con una robusta dose di investimenti per ricostruire la base produttiva perduta.

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