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L’auto-sanatoria del governo copre solo parte delle perdite ma va incontro alla Consulta

È una specie di auto-sanatoria quella decisa dal governo per disinnescare la bomba sui conti pubblici della sentenza della Corte costituzionale sul mancato adeguamento delle pensioni al costo della vita. Il governo pagherà una “una tantum” di 500 euro nette medie a circa quattro milioni di pensionati come risarcimento del blocco della rivalutazione deciso dall’esecutivo Monti con il decreto “Salva Italia” per il biennio 2012-2013. Oltre un milione di pensionati con un trattamento pari o superiore a circa 3.000 euro lordi al mese resterà a bocca asciutta. In ogni caso tutti riceveranno molto meno di quanto in teoria avrebbero potuto ottenere con un rimborso integrale, cosa che però — e va detto — la Consulta non chiede nella sua pronuncia. Nessuno perderà un euro rispetto al proprio attuale trattamento. E lo spirito del decreto viene incontro alle richieste dei giudici costituzionali: non penalizzare i redditi più bassi senza meccanismi di progressività e limiti temporali. Abbastanza per evitare una nuova pronuncia negativa, visto che altri ricorsi sono scontati.

È stato lo stesso presidente del Consiglio, Matteo Renzi, a ricordare ieri che la totale integrazione degli assegni pensionistici superiori a tre volte il minimo (pari a 1.405 nel 2011 non più rivalutati dal 2012) avrebbe comportato per le casse dello Stato un esborso di quasi 18 miliardi di euro (assolutamente incompatibile con la situazione delle nostre finanze pubbliche) contro i 2 miliardi che costerà, invece, l’operazione-rim- borso decisa insieme al ministro dell’Economia, Pier Carlo Padoan. Tra i due scenari c’è una differenza di ben 16 miliardi di euro.
Per la copertura finanziaria (servono 2 miliardi) si farà ricorso al cosiddetto “tesoretto” di 1,6 miliardi circa, frutto della differenza tra deficit tendenziale e deficit programmato. Le altre risorse saranno individuate nelle pieghe del bilancio pubblico attraverso operazione di mini spending review. L’operazione dunque minimizza le conseguenze sui conti pubblici, come Padoan aveva assicurato a Bruxelles ottenendo anche per questo il via libera al piano triennale di risanamento e sviluppo contenuto nel Def (il Documento di economia e finanza). Il deficit previsto dovrebbe quindi restare intorno al 2,6 per cento, ancora in zona di sicurezza rispetto al limite del 3 per cento.
Il governo ha ridotto al minimo l’impatto sui conti pubblici e anche quello, ovviamente, sugli assegni pensionistici. L’operazione si limiterà all’erogazione dell’”una tantum” e non cambierà il meccanismo di indicizzazione delle pensioni introdotto dal governo Letta. Ieri i tecnici del governo, insieme a quelli dell’Inps e della Ragioneria, hanno continuato a lavorare in vista del Consiglio dei ministri di oggi. Le eventuali scalettature dell’intervento si vedranno, ma secondo una simulazione del centro studi della Cgia di Mestre le perdite rispetto alla rivalutazione integrale sono significative. Per la classe di importo da 1.500 euro lordi a 1.750, dove si addensa più di un milione e 260 mila pensionati, la perdita teorica sarebbe di oltre 2.000 euro visto che il rimborso totale corrispondeva a 2.850 euro e il governo ne darebbe una volta solo «più o meno», come ha detto Renzi, 500. Probabilmente il governo concentrerà l’intervento sulle fasce di reddito più basso ma questo si tradurrà in un rimborso poco più che simbolico per tutti gli altri.
La Cgia ha calcolato che il rimborso totale spettante alle diverse fasce di reddito va da un minimo di 1.674 euro (fascia 1.405-1.500) a 3.800 per chi sta tra i 2.500 euro e i 2.999 di pensione. Più specificatamente l’Ufficio parlamentare di bilancio ha calcolato che un pensionato con un trattamento mensile pari a 3,5 volte il minimo (1.639 euro nel 2011) nel 2012 con il blocco della rivalutazione ha ricevuto un assegno più basso di 567 euro; nel 2013 per effetto anche del trascinamento la perdita sale a 1.214 euro, nel 2014 e nel 2015 il solo effetto trascinamento determina una perdita teorica rispettivamente di 29 euro e di 32. Non poco. Ma il governo spiega che il sacrificio chiesto ai pensionati si giustifica con il fatto che in questi lunghi anni di recessione sono una delle categorie che comunque non ha perso il reddito, al contrario dicentinaia di migliaia di lavoratori del settore privato.
Con il decreto che approverà oggi il governo arriverà anche la norma che fisserà al primo di ogni mese il giorno di pagamento di tutte le pensioni. A chiederlo era stato il presidente dell’Inps, Tito Boeri, per ragioni di uniformità e funzionalità nel sistema, ma anche per garantire la liquidità ai pensionati per far fronte alle spese di inizio mese.
Sempre il decreto-pensioni sterlilizzerà l’effetto Pil negativo sulle pensioni. Nel sistema contributivo, infatti, la rivalutazione del montante accantonato si calcola con un coefficiente legato al Pil. Per la prima volta, a causa dei cinque anni di recessione, questo coefficiente è negativo (—0,1927 per cento). Per evitare una perdita del montante sarà neutralizzato il coefficiente negativo.
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