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L’auto Fiat in utile, balzo in Borsa

di Raffaella Polato

MILANO — Il lusso Ferrari. I veicoli commerciali. Il Brasile. La componentistica. Se l’auto del Lingotto in Europa perde quote, ci sono altri brand, altri mercati, altre attività a consentire a Sergio Marchionne di centrare gli obiettivi promessi. E di superarli, in qualche caso. È il primo trimestre di Fiat Spa autonoma, senza più camion e macchine agricole a bilanciare i violenti cicli negativi delle quattro ruote, e sono i conti a spiegare perché John Elkann abbia definito «semplicemente perfette le ragioni e la scelta dei tempi per lo spin off» . L’auto che adesso «corre da sola» continua a pagare pesantemente (il calo delle consegne tra gennaio e marzo è dell’ 11,2%) la fine degli incentivi europei e l’assenza di nuovi modelli. Ma il mercato ora va verso la normalizzazione, e le novità frutto (anche) dell’integrazione con Chrysler cominciano ad arrivare nelle concessionarie. Nel frattempo, il bilancio tiene botta. La trimestrale approvata ieri dal consiglio si chiude con ricavi per 9,2 miliardi (+7,1%), un utile della gestione ordinaria di 251 milioni contro i 230 di un anno fa, un risultato netto che sale da 13 a 37. Soprattutto, si rafforza ancora la situazione finanziaria: liquidità dai 12,3 miliardi di fine 2010 ai 13,1 di fine marzo, indebitamento netto industriale tagliato da 542 a 489 milioni. Sono numeri di cui Marchionne, «visto il contesto europeo» , si dice «totalmente soddisfatto» . Insieme alla «conferma di tutti i target 2011» spingono a un netto recupero anche il titolo in Borsa: +4,6%, a 6,57 euro. E indicano come il Lingotto non abbia alcun bisogno di operazioni straordinarie per pagare il prossimo 16%di Chrysler, con l’esercizio anticipato della relativa opzione (obiettivo finale «il 51%: potremmo acquisire un altro 6%dal Tesoro Usa, ma al 51%sarei più che contento, è il livello che definisce la nostra soddisfazione» ). Lo ribadisce lo stesso amministratore delegato nella conference call con gli analisti. Gli chiedono, per l’ennesima volta, della quotazione Ferrari. L’azienda guidata da Luca Cordero di Montezemolo si presenta anche in questo trimestre con numeri record: il suo contributo all’utile della gestione ordinaria è di 53 milioni, a fianco dei 130 di Fiat Group Automobiles, i 61 della componentistica (essenzialmente Magneti Marelli), i 9 di Maserati. Chi preme per Maranello in Borsa ottiene però sempre la stessa risposta: «Resta un’opzione cui potremmo ricorrere» , ma «non c’è nessuna garanzia che possa realmente accadere: la Fiat nella sua posizione attuale non ha bisogno della liquidità di una quotazione Ferrari» . Né per Chrysler. Né per gli altri investimenti, per i quali il Lingotto promette «una crescita sostanziale» . E, sebbene il comunicato del board non ne faccia cenno, è chiaro che accanto a Brasile o Serbia o Russia (l’impegno «a implementare la strategia di alleanze mirate» si riferisce in particolare a Mosca), il ruolo clou spetta (o dovrebbe spettare) a Fabbrica Italia. Nessun problema per Pomigliano e Mirafiori: «La macchina ormai è partita» , assicura in serata Marchionne, «non ci sono ritardi, tra ottobre e novembre inizierà la produzione della Nuova Panda» . Però, in primo piano e non più sullo sfondo, ci sono i ricorsi della Fiom. Sono quelli, ripete il giorno dopo il vertice con i sindacati, a mettere a rischio i prossimi step: l’ex Bertone ora, Melfi e Cassino fra un po’. Perché «una delle cose che non posso fare è controllare una sfilza di querele per i prossimi vent’anni. Ho intenzione di far lavorare la gente, di creare posti di lavoro e sicurezza. Noi vogliamo produrre auto. Se qualcuno ha altri obiettivi…» .

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