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L’aumento di Unicredit fa paura al mercato

Il conto alla rovescia dell’aumento di capitale di Unicredit è partito: 13 miliardi da trovare sul mercato, assistito da un consorzio di garanzia che verrà formalizzato a ridosso del fischio d’avvio (per ora c’è il pre-consorzio, che stavolta confermerà i suoi impegni). Resta pur sempre una richiesta
monstre, la più alta in Italia dopo gli 8 miliardi chiesti dall’Enel nel 2009. Ieri c’è stato un cda straordinario della banca, per mettere a punto qualche dettaglio sui conti 2016 (che chiuderanno con una perdita di 11,8 miliardi). Segno che la partenza dell’aumento è ormai imminente: potrebbe essere lunedì prossimo.
Il titolo in Borsa è andato giù in picchiata (-5,45%) appesantendo il resto del listino (-2,95%) anche se tutte le banche sono state travolte dalle vendite (-6,8% ad esempio Ubi). L’approssimarsi della partenza di un aumento che sarà necessariamente a forte sconto (il mercato si aspetta il 40% sul cosiddetto Terp, il prezzo esatto sarà deciso domani dal consiglio) ha avuto la sua parte, insieme alle cifre, per quanto in larga misura note, che hanno scandito la giornata: 12,2 miliardi di accantonamenti quasi tutti su prestiti in difficoltà (Npl), ulteriori svalutazioni una tantum per circa un miliardo (e questa è una novità) che in larga misura dovrebbero essere legate alla partecipazione in Atlante, un indice patrimoniale Cet1 sotto del 2% rispetto ai minimi chiesti dalla Bce – e dunque circa all’8% – seppure per il brevissimo tempo che passa tra la chiusura del bilancio e la sottoscrizione dell’aumento. Tra l’altro la fotografia a fine anno non com- prende ancora 1,45% di capitale in più, frutto delle plusvalenze legate alla cessione di Pioneer e di Bank Pekao. Gran parte – anche se non solo – dei problemi di Unicredit viene dai crediti deteriorati, che con le due cessioni dei portafogli in via di completamento verranno drasticamente ridotti. Ma il nodo non è solo di Unicredit e nemmeno solo italiano, tanto che ieri il presidente dell’Eba (l’autorità bancaria europea) Andrea Enria ha avanzato una proposta di bad bank comunitaria, per gestire i mille miliardi di crediti deteriorati (di cui un quarto italiani). La bad bank acquisterebbe i crediti al valore di mercato creando però una massa critica e reperendo fondi privati.
Nel prospetto dell’aumento Unicredit si legge che la Bce «ha evidenziato aree di debolezza», tra cui i coefficienti di capitale più bassi dei competitor, il rischio di credito e «in particolare l’elevato livello di esposizioni deteriorate », il rischio di liquidità e il «persistere di un livello di profittabilità debole». Inoltre Francoforte ha richiesto alla banca «di presentare entro il 28 febbraio una strategia in materia di crediti deteriorati » (che, per 17,7 miliardi, fanno parte di accordi già raggiunti). Insomma, la manovra di rafforzamento del patrimonio deve andare in porto, altrimenti la banca potrebbe subire «interventi anche invasivi da parte delle autorità» e significativi impatti sulla situazione economica e sulla continuità aziendale.

Vittoria Puledda

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