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L’attuazione della delega si ferma a metà

L’attuazione della delega fiscale si ferma a poco più della metà. Con la presentazione di cinque decreti delegati a 24 ore dalla scadenza del termine di esercizio della delega – fissato al 27 giugno – la percentuale di realizzazione della riforma si attesta al 53 per cento. In pratica, dei 43 princìpi di delega censiti dal Sole 24 Ore, 13 erano già attuati (in vigore o in attesa dei via libera definitivo del Consiglio dei ministri), 10 sono contenuti nei decreti varati venerdì scorso in prima lettura e 20 restano inattuati.
L’assenza che ha fatto più rumore è quella della riforma del catasto, per la quale si dovrà probabilmente attendere il varo della local tax (si veda l’articolo in basso). In quella metà di delega che resta inattuata – e che se tutto va bene dovrà sperare in un ripescaggio nella legge di stabilità – l’altro capitolo particolarmente atteso era quello sulla fiscalità delle piccole imprese e degli autonomi: dall’istituzione della nuova tassa sull’imprenditore (Iri), destinata a premiare chi lascia gli utili in azienda, all’estensione del regime per cassa, dalle modifiche al regime dei forfettari alla soluzione definitiva dell’autonoma organizzazione per escludere dall’Irap professionisti e piccole imprese.
Di fatto, dopo 15 mesi dall’approvazione della legge delega sono pienamente operativi, con tanto di pubblicazione in «Gazzetta Ufficiale» soltanto tre provvedimenti:
le semplificazioni (con la sperimentazione della dichiarazione precompilata);
la tassazione sui tabacchi (che vanta il triste primato di essere già stata dichiarata incostituzionale nella parte in cui disciplina il nuovo prelievo fiscale sulle sigarette elettroniche);
le modifiche per la composizione e il funzionamento delle commissioni censuarie, destinate comunque a restare inattive finché il governo non deciderà cosa fare sulla riforma del catasto.
A questi tre decreti si aggiungono poi gli altri tre su certezza del diritto, internazionalizzazione delle imprese e fattura elettronica, varati in via preliminare dal Consiglio dei ministri lo scorso 21 aprile e ora in attesa del secondo via libera di Palazzo Chigi dopo il parere del Parlamento. Via libera che, peraltro, potrebbe arrivare già questa settimana.
Dei cinque provvedimenti approvati venerdì scorso quello più atteso era senz’altro la revisione delle sanzioni penali e amministrative. L’obiettivo di fondo resta quello di punire sempre e comunque la frode, a partire da quella documentale. Ma con la possibilità di non accanirsi contro i piccoli errori o di favorire comportamenti virtuosi dei contribuenti. Ad esempio aumentano da 50mila a 200mila euro delle soglie di non punibilità per gli omessi versamenti di Iva: illecito tipicamente commesso da chi ha dichiarato tutti gli importi, ma poi non ha la liquidità per pagare il fisco. Mentre se un contribuente salda il suo debito prima delle contestazioni del fisco potrà evitare le sanzioni penali.
Anche sul fronte della riscossione, entrata in corsa nel pacchetto di decreti di venerdì scorso, si punta ad attuare i criteri della delega: l’aggio scenderà dall’8 al 6%, cambierà denominazione e finirà all’Erario, e non più a Equitalia. Per i ritardatari, si introduce il concetto di «lieve inadempienza» che non fa decadere le rateazioni chi si rimette in pari entro cinque giorni, anche se il numero di rate che si possono “saltare” scende da otto a cinque.
Inoltre, viene introdotto anche il monitoraggio annuale delle strategie e dei risultati della lotta all’evasione. Tutti princìpi sui quali la parola passa ora al Parlamento, così come per quelli su contenzioso e interpelli, riforma delle agenzie fiscali e il fondo taglia-tasse alimentate dal riordino delle tax expenditures.
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