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L’atto introduttivo è in digitale

Il processo civile telematico rappresenta la vera novità procedurale di questi ultimi anni: si tratta, come è ovvio, di un percorso che è ancora in itinere e che impone continui interventi giurisprudenziali atti a chiarire aspetti che interessano la quotidiana attività degli avvocati che, particolarmente in tema di posta elettronica certificata, sono costretti a chiedere chiarimenti al giudice al fine di avere chiarezza per il loro operare. E recentemente la Cassazione, con tre sentenze, si è proprio soffermata sul tema della Pec.

La firma digitale è requisito di validità dell’atto introduttivo del giudizio

Nella prima delle tre sentenze analizzate (sez. VI civile – 3, ordinanza n. 14338 dello scorso 8 giugno) la Corte si è espressa su un caso in cui il giudice di appello aveva ritenuto inesistente la notificazione dell’atto di gravame non solo perché la copia di esso trasmessa via Pec dal difensore dell’appellante era carente della firma digitale, ma, soprattutto, in quanto l’originale del medesimo atto ne era privo.

I giudici di piazza Cavour hanno ribadito che la firma digitale è pienamente equiparata, quanto agli effetti, alla sottoscrizione autografa in forza dei principi contenuti nel dlgs 7 marzo 2005, n. 82 e successive modificazioni applicabili anche al processo civile in forza di quanto disposto dall’art. 4 del dl 29 dicembre 2009, n. 193, convertito, con modificazioni, dalla legge 22 febbraio 2010, n. 24 – e delle specifiche disposizioni, di rango secondario (ma in attuazione del citato dl n. 193 del 2009), di cui al combinato disposto degli artt. 11 e 34 del dm n. 44 del 2011 e (in base al predetto art. 34) delle specifiche tecniche dettate dall’art. 12 del provvedimento del Ministero della giustizia del 16 aprile 2014.

E, pertanto, essendo la firma digitale – al pari della sottoscrizione dell’atto analogico (cd. cartaceo) ai sensi dell’art. 125 cod. proc. civ. (cfr. tra le altre Cass. n. 1275/2011) – requisito di validità dell’atto introduttivo del giudizio (anche di impugnazione), in quanto essa attiene alla formazione dello stesso e alla sua riconducibilità a chi lo ha formato (nella specie, necessariamente al difensore munito di procura), l’inammissibilità dell’appello derivava già da siffatta carenza, non sanabile (e in tal senso, essendo corretto in diritto il dispositivo della sentenza, ne va parzialmente corretta la motivazione ai sensi dell’art. 384 cod. proc. civ.).

Validità della notifica al domiciliatario e previa trascrizione del suo indirizzo Pec nell’atto di elezione di domicilio

Sempre gli stessi giudici della Cassazione (sez. VI civile – 2) con l’ordinanza n. 11759 dello scorso 11 maggio hanno osservato che dimostrare una volontà di delegare al domiciliatario le notificazioni solo se eseguite a mezzo posta o ufficiale giudiziario (con esclusione quindi di quelle via Pec) si scontra col chiaro tenore dell’atto di impugnazione e del mandato ed anche con i più elementari principi di chiarezza, pretendendosi dall’altra parte un vero e proprio «equilibrismo giuridico» al di fuori di ogni logica, anche perché nessuna norma richiede, ai fini della validità della notifica al domiciliatario, la previa trascrizione del suo indirizzo Pec nell’atto di elezione di domicilio: (la legge n. 53/1994, come modificata dall’art. 46, comma 1, lett. a del decreto legge n. 90 del 24 giugno 2014, convertito con modificazioni dalla legge 11 agosto 2014, n. 114 consente liberamente «la notificazione degli atti in materia civile, amministrativa e stragiudiziale a mezzo di posta elettronica certificata» (art. 1) e condiziona tale modalità di notifica unicamente al fatto che l’indirizzo del destinatario risulti da pubblici elenchi (art. 3).

Nel caso sottoposto all’attenzione degli Ermellini nell’atto di appello la società Alfa aveva eletto domicilio «presso lo studio dell’avvocato Tizio in (omissis) «, mentre a pag. 2, nella parte finale dell’atto, l’avvocato Caio aveva dichiarato espressamente ai sensi della vigente normativa, di voler ricevere «tutte le comunicazioni e gli avvisi» al numero di fax (ivi indicato) «o all’indirizzo di Posta elettronica certificata» (anch’esso indicato): era dunque estremamente chiara la volontà del difensore di voler ricevere via fax o all’indirizzo Pec solo «le comunicazioni» e «gli avvisi», quindi gli atti provenienti dall’Ufficio, mentre il mancato riferimento alla ricezione delle «notificazioni» (tipici atti di parte) era chiaro indice della volontà di delegare al domiciliatario la ricezione di tali atti, senza alcuna restrizione di sorta.

Modalità attestative della ricezione della Pec

Ed, infine, una sentenza della Cassazione (sez. VI civile – 1, sentenza 28 marzo 2017, n. 8014) ha ribadito che l’art. 15, comma 3, legge fall., nel disporre che «quando, per qualsiasi ragione, la notificazione non risulta possibile o non ha esito positivo, la notifica, a cura del ricorrente, del ricorso e del decreto si esegue esclusivamente di persona a norma dell’articolo 107, primo comma, del decreto del presidente della repubblica 15 dicembre 1959, n. 1229, presso la sede risultante dal registro delle imprese», non prevede particolari modalità attestative circa l’impossibilità di eseguire la notifica a mezzo Pec, né richiede la specifica allegazione del messaggio ritrasmesso dal gestore della posta elettronica certificata attestante l’esito negativo dell’invio, ben potendo l’esito della notifica essere attestato dal cancelliere al quale sia stato affidato il compito di procedere alla notifica in via telematica. Nel caso sottoposto ai giudici di piazza Cavour la parte ricorrente lamentava la violazione e falsa applicazione dell’art. 15 legge fall. e degli artt. 139, 140, 141 e 145 c.p.c. (art. 360 n. 3 c.p.c.) e la nullità della sentenza (art. 360 n. 4 c.p.c.) potendo la notifica via Pec del ricorso per la dichiarazione di fallimento reputarsi regolarmente realizzata solo in presenza di un’attestazione di consegna del gestore di posta elettronica certificata, attestazione non surrogabile da una dichiarazione del cancelliere di presunta impossibilità di notifica in via telematica, trattandosi di un’affermazione generica come tale inidonea a legittimare il ricorso a forme sussidiarie di notifica.

Maria Domanico

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