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L’asfissia finanziaria comincia dall’import e i greci non pagano più né tasse né bollette

Pagare moneta, vedere cammello. O meglio, in questa Grecia in lenta marcia verso l’asfissia finanziaria, vedere l’agnello. I profeti dell’Apocalisse, finora, sono stati smentiti. I bancomat di Atene distribuiscono i loro 60 euro quotidiani senza troppi problemi. Gli scaffali dei supermercati sono ancora pieni. Il cappio dei controlli dei capitali sta iniziando però a soffocare quel che resta — dopo cinque anni d’austerity — dell’economia ellenica. E la prima vittima sacrificale, ci sono abituati del resto, sono stati i poveri ovini. «Non le dico la sorpresa! — racconta Giorgos («non scriva il cognome che i clienti si allarmano») nel suo ufficio import-export di carni vista Pireo — mercoledì della scorsa settimana aspettavo la consegna di 36 container di agnello. Tutto filava liscio, erano in navigazione verso Atene. Poi lunedì mattina è squillato il cellulare, ho visto il numero del mio fornitore, olandese come Dijsselbloem. E ho capito che era finita». Pagare moneta, vedere l’agnello. «Colpa di voi giornalisti! Ha visto in tv la notizia sui controlli di capitali, si è spaventato e ha preteso il pagamento in contanti immediato invece che a 90 giorni come di solito — ride prendendola con filosofia Giorgos — . Che potevo fare? Gli ho spiegato che non era possibile ed è finita lì». Risultato: i 36 cassoni refrigerati («quelli grandi da 40 piedi!») non sono mai arrivati al Pireo. E la prossima settimana diverse taverne della Plaka — piene di turisti anche in questi giorni da brividi — dovranno iniziare a rivedere il loro menù.
Gli agnelli di Giorgos sono solo la punta dell’iceberg. La Grecia è un paese senza soldi e — finanziariamente parlando — in prognosi riservata. I medici — Alexis Tsipras, Angela Merkel, Jean Claude Juncker & C. — litigano a Bruxelles su quali medicine usare per salvarla e chi deve pagarle. E il paese, intanto, rischia di spegnersi da solo come un cerino. I sintomi sono ovunque. «I nostri clienti hanno smesso di pagare le bollette », ha lanciato l’allarme la Dei, l’Enel ellenica. «L’ho fatto anche io — ammette Diana Tzotzopoulou controllando i prezzi delle pesche al mercato — i soldi a casa entrano il contagocce. Prima si compra il necessario. Poi, se e quando riapriranno le banche, riprenderò a pagare la luce». Lo stesso ragionamento lo hanno fatto decine di migliaia di greci e i clienti morosi hanno aperto nei conti della Dei una voragine che si allarga al ritmo di venti milioni di euro al giorno. L’effetto domino è micidiale: gli utenti non pagano, la Dei — l’ha annunciato ieri — rischia di non riuscire a onorare una fattura da 200 milioni con l’impresa che sta costruendo lacentrale di Ptolemaida. E quest’ultima, già in difficoltà, rischia di finire ko.
Il conto della crisi di liquidità è arrivato anche allo Stato. «Meglio di così non ci poteva andare », confessano gli impiegati della agenzia delle entrate a Nea Kallithea, i temutissimi («ed inefficientissimi», secondo la Troika) esattori delle tasse ellenici. Questi giorni, in teoria, avrebbero dovuto essere di fuoco, c’è la scadenza delle dichiarazioni dei redditi. Invece niente. «I nuovi 740 arrivano con il contagocce — ammettono — perché in questo momento nessuno usa i soldi per pagare il fisco ». A fine giugno — scadenza ufficiale per la consegna — ne erano stati compilati 1,9 milioni, un terzo del totale. Il governo Tsipras ha spostato il termine al 27 luglio. Ma le new entry sono pochissime. E senza le entrate dei versamenti fiscali, pagare stipendi e pensioni a luglio rischia di diventare un’impresa.
Il rischio che questi primi sassolini negli ingranaggi dell’economia reale diventino una valanga è reale. Il tempo in Grecia — con le banche chiuse — è davvero denaro. «A Bruxelles tirino in lungo perché in fondo a tutti conviene che finisca in questo modo — dice Antonis Katsigiannis, broker 42enne temporaneamente in vacanza causa chiusura Borsa di Atene — se siamo costretti a uscire dall’euro perché gli euro sono finiti, sarà una tragedia senza colpevoli. Al massimo incolperanno la Bce». La sabbia nella clessidra, in attesa di buone notizie dai negoziati, continua a scendere. «I consumi sono crollati del 70% da quando sono stati messi i controlli sui capitali», certifica l’Unione delle Camere di commercio elleniche. La società pubblica che assicura le esportazioni inglesi ha smesso di coprire con le polizze quelle verso la Grecia. La Confindustria dell’edilizia nazionale ha denunciato che centinaia di cantieri stanno chiudendo in tutto il paese perché i fornitori vogliono essere pagati in contanti. E nessuno ce la fa. La Depa, il colosso nazionale del gas, starebbe per chiedere alla russa Gazprom — che glielo vende — di rivedere i contratti perché non può garantire i pagamenti. Londra vede nero anche sui farmaci. «Consigliamo ai turisti in Grecia di portarsi una scorta di medicinali con sé perché nelle farmacie scarseggiano», ha detto il cancelliere George Osborne in Parlamento lunedì. Esagerazioni? «Per ora sì — dice Ana, farmacista a Pangrati — ma è vero che a me mancano una decina di prodotti e alcuni colleghi in altre zone della città sono in difficoltà». Va peggio agli ospedali: lo Stato ha tagliato da 640 milioni a 43 i trasferimenti pubblici nei primi quattro mesi dell’anno. Poi ha chiesto alle loro tesorerie di consegnare tutta la liquidità che avevano in cassa per riuscire a pagare l’Fmi a giugno. E in corsia si riesce a curare i malati solo grazie ai salti mortali e al sacrificio di medici e infermieri che da mesi non ricevono gli straordinari.
È un circolo vizioso che — come le spire di un boa — sta soffocando la Grecia. I soldi non girano più. Cash is king , chi ha i soldi è re, come dicono a Wall Street. E i dipendenti della Kotsovolos (prodotti elettronici), pagati in contanti a fine giugno, si sentono in queste ore come dei piccoli Onassis.
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