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Lascia Bernabé, scontro sull’aumento

Il consiglio di Telecom Italia si è aperto, come preannunciato, con le dimissioni del presidente esecutivo Franco Bernabè che, dopo aver motivato la sua scelta, ha lasciato la riunione, proseguita per altre quattro ore sotto la conduzione del vice-presidente Aldo Minucci. In attesa della designazione di un nuovo presidente, tutte le deleghe operative sono state attribuite provvisoriamente all’ad Marco Patuano. Alla luce degli ultimi sviluppi, la “supplenza” del presidente Ania dovrebbe essere però relativamente breve. In pole position per la presidenza Telecom c’è sempre l’attuale ad di Poste italiane Massimo Sarmi, che, ieri in una pre-riunione dei soci Telco, avrebbe ottenuto il benestare anche di Telefonica, che avrebbe aperto a considerare senza pregiudiziali l’ipotesi di scorporo della rete. Resta però ancora da definire il tema delle deleghe. La governance di Telecom, con un presidente esecutivo e un amministratore delegato a giurisdizione limitata era frutto di un compromesso ad personam, maturato al precedente rinnovo del cda, che i soci italiani di Telco (Mediobanca, Generali e Intesa-Sanpaolo) vorrebbero ora superare per ripristinare la normalità. Tra una presidenza di pura rappresentanza, che non si adatterebbe al profilo di Sarmi, e quella di quasi-ceo attribuita a Bernabè, ci sono però mille sfumature per trovare l’accordo col manager pubblico, il cui ruolo dovrebbe essere evidentemente di garanzia per gli interessi del Paese nella possibile, prospettica, integrazione con Telefonica. Per il maturare di una presidenza Sarmi parrebbe perciò irrinunciabile la supervisione sulle strategie di sviluppo, oltre alla delega per i rapporti istituzionali.
È stata proprio la prospettiva di un’integrazione con gli spagnoli, ancora ipotetica nella fase attuale, ma passata sopra la testa dell’azienda a spingere Bernabè al passo indietro. Lo scollamento tra il manager e Telco, che l’aveva designato a capo di Telecom a fine 2007, era diventato evidente da mesi, da quando cioè Bernabè aveva cercato di trovare un’alternativa a un assetto azionariato penalizzante per l’azienda. Nel discorso di commiato dal board, Bernabè ha infatti sottolineato che per affrontare le sfide imposte da un settore in piena trasformazione, sarebbe stato necessario un totale allineamento tra soci e management, e dotare il gruppo delle risorse adeguate a sostenere investimenti con ritorni di lungo periodo. In quest’ottica l’assetto Telco non era ritenuto ottimale per le prospettive di Telecom. Tanto più che il gruppo, ha ricordato Bernabè, è gravata da un indebitamento eccessivo (non il risultato di una politica espansiva, ma eredità dei passaggi di controllo) che ha imposto una gestione improntata all’austerity, con tagli di costi e investimenti. Per uscire dallo stallo, secondo il presidente uscente, sarebbe stata necessaria la disponibilità dell’azionariato a sostenere materialmente un progetto di rilancio, oppure individuare un investitore strategico interessato a condividerlo. Un argomento che più volte Bernabè aveva sottoposto all’attenzione del consiglio – talvolta con qualche forzatura – senza mai riuscire a trovare sufficiente consenso. Ora, la prospettiva di un’integrazione con Telefonica sarebbe stata ben accetta se fosse stata prospettata nel contesto di una strategia condivisa. Al contrario, secondo Bernabè, il compromesso siglato in Telco comporterà inevitabilmente il ridimensionamento della presenza internazionale di Telecom, senza certezze sul punto di approdo. Ma la questione fondamentale resta la capacità di Telecom di effettuare gli investimenti necessari ad ammodernare la rete. «La risposta più lineare a questo interrogativo, come ho avuto modo di dire più volte, è un aumento di capitale, ma mi è chiaro che non c’è da parte dell’azionista di maggioranza relativa l’intendimento di procedere in questa direzione», ha concluso Bernabè rimettendo il suo mandato. Nella lettera ai dipendenti il presidente uscente ha richiamato gli stessi concetti, sottolineando che «una spaccatura in seno al consiglio di amministrazione sulla strada da intraprendere avrebbe determinato una paralisi dell’azienda e l’impossibilità di giungere a una soluzione condivisa». «Per questo motivo – ha spiegato di dipendento – ho deciso di fare un passo indietro, non senza aver rappresentato al consiglio la necessità di dotare la società dei mezzi finanziari necessari a sostenere una strategia di rilancio». Bernabè uscirà da Telecom con i compensi stabiliti contrattualmente (3,7 milioni), cui si aggiunge la monetizzazione della clausola di non concorrenza per 12 mesi che gli è stata richiesta (2,9 milioni).
Per il resto il cda non ha affrontato il tema del piano industriale, messo a punto quest’estate dall’ad Marco Patuano, per la definizione del quale si aspetterà l’arrivo del nuovo presidente. Il board ha proceduto alla sostituzione di Elio Catania, cooptando, su indicazione Telco, il presidente di Rcs Angelo Provasoli, anche se sul tavolo c’era anche la candidatura di Francesca Cornelli, suggerita da Assogestioni. Al posto di Catania, la presidenza del comitato nomine è stata attribuita a Jean Paul Fitoussi che ad interim eserciterà anche il ruolo di presidente del comitato controllo e rischi.
Preoccupati i sindacati, che ieri hanno organizzato un presidio davanti alla sede di Piazza Affari e oggi incontreranno Patuano. «Se le dimissioni di Bernabè sono da addebitarsi alla mancata volontà degli azionisti di varare un aumento di capitale, la situazione di Telecom diventa veramente preoccupante», ha dichiarato Michele Azzola, segretario nazionale Slc Cgil, per il quale «non esistono scorciatorie: serve l’aumento».

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