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«L’articolo 18 per gli statali vale ancora»

L’articolo 18 non è uguale per tutti. Le regole sui licenziamenti continuano a essere diverse per i dipendenti pubblici da una parte e per quelli del settore privato dall’altra, che negli ultimi anni hanno visto allargarsi di parecchio i paletti della cosiddetta flessibilità in uscita, prima con la riforma Fornero e poi con il Jobs act . La Corte di Cassazione torna sul tema che da mesi fa discutere la politica e gli esperti di diritto. Lasciando ancora aperta, in realtà, la questione.

La pronuncia di ieri stabilisce che ai dipende nti pubblici non si applica la riforma Fornero che nel 2012 aveva dato una prima limata all’articolo 18 dello Statuto dei lavoratori, quello sui licenziamenti. E questo perché la stessa legge Fornero prevedeva una norma successiva che estendesse le nuove regole agli statali. Quella norma, però, non è mai arrivata. E quindi la pronuncia di ieri di per sé non è una sorpresa. Come dice il segretario della Cgil Susanna Camusso la «discussione è stata posta 27 mila volte e si è sempre arrivati alla stessa conclusione. Non ci vedo nulla di speciale se non che le istituzioni continuano a funzionare».

Ma la questione è più complicata di quanto possa sembrare a prima vista. Pochi mesi fa un’altra sentenza della Cassazione aveva detto che ai dipendenti pubblici si applicano invece le regole del Jobs act , la riforma del governo Renzi arrivata un anno fa. Un testo che ha cambiato di nuovo l’articolo 18 sostituendo, come conseguenza per quasi tutti i casi di licenziamento illegittimo, il reintegro nel posto di lavoro con un indennizzo in denaro. Le nuove regole si applicano solo ai nuovi assunti, cioè a chi ha firmato un contratto dopo il 7 marzo dell’anno scorso. Ma alla fine, tirando la somma delle due sentenze, cosa cambia per gli statali?

Come dice Aldo Bottini, il presidente degli avvocati giuslavoristi italiani che parla di «disuguaglianza insostenibile» tra lavoratori pubblici e privati, il «contrasto andrà chiarito con una sentenza delle sezioni unite della Cassazione o con un intervento di interpretazione autentica dal parte del governo». E proprio quest’ultima strada sembra quella più probabile.

Il ministro della Pubblica amministrazione, Marianna Madia, conferma l’intenzione di definire la questione una volta per tutte nel testo unico sul pubblico impiego, che dovrebbe arrivare dopo l’estate. E ribadisce, come già fatto più volte, che per i dipendenti pubblici continuerà a essere valido il vecchio articolo 18, quello che «protegge» di più dal licenziamento. Ma, almeno fino a quel momento, la questione non è chiusa.

Oltre alla sentenza della Cassazione, ieri sono arrivati anche i nuovi dati dell’Istat sul lavoro. Il tasso di disoccupazione resta stabile all’11,6%. Ma nel primo trimestre di quest’anno si registrano 242 mila occupati in più rispetto allo stesso periodo del 2015. La crescita è pari all’0,1%. Il contributo decisivo, sottolinea l’istituto di statistica, arriva dai contratti a tempo indeterminato che sono aumentati di 341 mila unità. Mentre quelli a termine risultano stabili e i lavoratori autonomi sono in calo. Si tratta di un probabile effetto proprio del Jobs act : nel primo trimestre dell’anno scorso, usato dall’Istat come pietra di paragone, c’erano già gli sconti sui contributi per i contratti stabili. Mentre c’era solo in parte il nuovo contratto a tutele crescenti, partito il 7 marzo del 2015. Proprio quello senza il nuovo articolo 18. Che ancora adesso, al di là delle dichiarazioni politiche e delle sentenze della Cassazione, non si capisce se sia valido oppure no per i dipendenti pubblici.

Lorenzo Salvia

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