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L’articolo 18 diventa benefit Sul salario minimo l’opposizione dei sindacati

Il vecchio articolo 18 come l’auto aziendale: un benefit, un modo per attirare il lavoratore nella propria impresa o una condizione posta al capo del personale prima di accettare l’assunzione. Comunque una decisione rimessa alla scelta fra le parti. C’è anche questo nell’Italia ai tempi del Jobs act, la riforma del lavoro del governo Renzi . Ed è un effetto del quale si è discusso ieri nella sede della Cisl, dove il responsabile economia del Pd Filippo Taddei ha incontrato i dirigenti del sindacato.
Al momento delle presentazioni in sala gira un volantino: «Esiste ancora il normale contratto a tempo indeterminato? Sì. Anche per quest’ultimo spetta alle aziende l’incentivo da 8 mila euro? Sì». E qui serve una breve spiegazione tecnica.
Il cuore del Jobs act è il nuovo contratto a tutele crescenti, che cambia il vecchio articolo 18 riducendo lo spazio per il reintegro, ma garantisce alle aziende un generoso sconto sui contributi.
Questo non vuol dire che per le nuove assunzioni non si possa usare più il vecchio contratto a tempo indeterminato, quello con l’articolo 18 di una volta e il reintegro in versione meno soft. Anche perché alle aziende che scelgono questa strada viene garantito esattamente lo stesso sconto sui contributi. Il risultato? «L’articolo 18 — dice il segretario confederale della Cisl Gigi Petteni — diventa una libera scelta: potrebbe ottenerlo il lavoratore che cambia azienda ed è in una posizione negoziale di forza ma anche concederlo l’impresa che vuole rendere più attraente la propria offerta».
Vero, è così. Anche se le nuove regole sono operative solo da lunedì e servirà del tempo per misurarne gli effetti. Ma quando prende la parola, Taddei ridimensiona: «Per noi quello a tutele crescenti non è un nuovo contratto, non si aggiunge a quelli esistenti. È il nuovo contratto a tempo indeterminato. E se trovate uno che viene assunto adesso con il vecchio articolo 18 me lo dovete presentare».
Taddei conferma l’intenzione del governo di introdurre il salario minimo per i lavoratori che non sono coperti da un contratto nazionale. Ma, come prevedibile, i sindacati si schierano per il no. «Questo significa programmare la diminuzione dei salari nel nostro Paese», dice il segretario della Cgil Susanna Camusso. Mentre per la leader della Cisl Anna Furlan il «minimo contrattuale sarebbe più vantaggioso». Il governo, poi, potrebbe tagliare da tre a due anni la durata massima dei contratti a termine più flessibili, quella senza causale. Se ne era parlato qualche settimana fa, poi si era deciso di lasciar perdere. Ma il tema ha ripreso forza, sempre con l’obiettivo di eliminare concorrenti interni al nuovo contratto a tutele crescenti, in modo da farlo partire bene. E sulla stabilità del lavoro qualche segnale arriva. A febbraio, rileva la Cna, le piccole imprese hanno aumentato del 4,5% il ricorso ai contratti a tempo indeterminato rispetto allo stesso periodo del 201 4 .

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