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L’arsenale della Bce può aiutare l’euro

Il riacutizzarsi della crisi dell’eurozona ha rinnovato le pressioni per interventi della Banca centrale europea per stabilizzare i mercati.
Il ministro degli Esteri spagnolo, José Manuel Garcia Maragallo ha chiesto esplicitamente che la Bce acquisti titoli del debito pubblico spagnolo, i cui rendimenti a dieci anni hanno superato ieri il 7,5%, facendo eco ad analoghe dichiarazioni di suoi colleghi di Governio nelle scorse settimane. Molti osservatori di mercato sono convinti che, dati i tempi di intervento delle altre istituzioni europee, la Bce sia la sola a poter agire rapidamente. La sollecitazione del Fondo monetario, secondo cui l’istituto di Francoforte dovrebbe considerare tutti gli strumenti a propria disposizione, compresa una riattivazione «su larga scala» del programma Smp di acquisto titoli, ricorda gli appelli dell’autunno scorso, quando, nella precedente fase più acuta della crisi, da più parti veniva richiesto alla Bce dell’uso di un “bazooka”.
L’utilizzo dell’Smp sembra ora tornato di attualità dopo i violenti scossoni delle due ultime sedute di mercato. La Bce ha comunicato ieri che la settimana scorsa non ha effettuato acquisti di titoli, per la 19esima volta consecutiva. Creato nel 2010 per sostenere i titoli della Grecia, riattivato l’estate scorsa per Italia e Spagna, il programma Smp è di fatto “in sonno” dalla metà di marzo. La Bce ha tuttora in portafoglio 211 miliardi di euro dei titoli acquistati ed è riluttante ad aumentare ancora il rischio che sopporta. Controverso fin dall’inizio, l’Smp è stato la causa immediata delle dimissioni del presidente della Bundesbank, Axel Weber, e del consigliere tedesco della Bce, Juergen Stark, e resta fortemente osteggiato dalla Banca centrale tedesca, in quanto violerebbe il divieto di finanziamento monetario dei deficit pubblici. Lo stesso presidente della Bce, Mario Draghi, lo ha sempre interpretato come uno strumento temporaneo. Inoltre, ha più volte rilevato come gli acquisti di titoli, soprattutto quelli dell’estate scorsa, hanno di fatto attenuato la volontà dei Governi di Italia e Spagna di compiere le riforme economiche necessarie, avendo creato l’impressione che si andasse comunque verso una normalizzazione dei mercati. Più recentemente, l’esclusione della Bce dalla ristrutturazione del debito greco può aver generato negli investitori l’aspettativa che acquisti di titoli da parte di Francoforte possano portare a perdite più pesanti, nel caso della ristrutturazione del debito di un altro Paese, per i creditori privati.
Di fatto, sotto Draghi, la Bce ha scelto una via diversa, quella dei finanziamenti illimitati a lungo termine alle banche (Ltro), una misura di central banking più ortodosso. Le Ltro hanno avuto anche l’effetto indiretto, ma di breve durata, di favorire acquisti di debito pubblico da parte delle banche. Qualcuno ritiene che la Bce potrebbe ripeterle, anche se al momento non è certo la carenza di liquidità il problema prevalente.
Draghi ha anche spinto fin dall’inizio perché il fondo salva-Stati Efsf, e poi il suo successore Esm (ancora non entrato in vigore a causa della pausa imposta dall’esame della Corte costituzionale tedesca), raccogliessero il testimione degli acquisti di titoli. I due fondi hanno ora questa capacità, ribadita dal vertice europeo di fine giugno, anche se il meccanismo per farli entrare in azione necessita della richiesta dei Paesi destinatari, che sono riluttanti a farlo, anche in assenza di condizionalità aggiuntiva rispetto a quella già concordata con i programmi europei di stabilità.
Da più parti si osserva che i due fondi non hanno le risorse sufficienti a far fronte ai massicci acquisti che sarebbe richiesti per due grandi Paesi come Italia e Spagna, senza la possibilità di finanziarsi presso la Bce. Uno studio di Deutsche Bank però afferma che l’Efsf e l’Esm avrebbero la capacità per comprare circa metà (poco più di 350 miliardi di dollari) dei titoli in emissione da parte dei due Paesi nei prossimi tre anni. Lo schema potrebbe tuttavia funzionare solo a patto che gli investitori nazionali utilizzassero le disponibilità liberate dall’intervento di Efsf e Esm sul mercato primario per comprare sul mercato secondario da investitori esteri: l’effetto collaterale sarebbe un’ulteriore frammentazione del mercato obbligazionario dell’eurozona.
Sui mercati, resta prevalente l’idea che la Bce possa anche agire nuovamente sui tassi d’interesse, probabilmente alla riunione di settembre, e non a quella del 2 agosto prossimo. Il tasso principale di rifinanziamento potrebbe scendere allo 0,50% (dallo 0,75 cui è stato portato a luglio) e quello sui depositi, e presumibilmente sui conti si riserva delle banche presso la Bce, verrebbe portato addirittura in territorio negativo. Finora, l’azzeramento di luglio ha avuto due effetti: uno di compressione dei tassi a breve, l’altro sulla quotazione dell’euro, che tra l’altro è divenuto moneta di finanziamento dei carry trade. L’indebolimento del cambio potrebbe dare fiato all’export dei Paesi dell’eurozona e secondo alcuni fornire così qualche sollievo all’economia reale altrimenti boccheggiante.

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