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L’arresto europeo si ferma se manca un giusto processo

Stop all’arresto europeo se c’è rischio di violazione del diritto a un processo equo (magistrati sotto controllo politico); non si rifiuta, invece, l’arresto se nel paese di esecuzione l’indagine è stata archiviata dopo che il ricercato è stato sentito solo come testimone (e non come indagato); sì all’arresto se il carcere dove deve essere trattenuta la persona non è degradante (a fermare l’arresto non basta la possibilità astratta dell’arrestato di contestare le condizioni di detenzione, riferendosi in generale alle condizioni degli istituti o al fatto che non si possa fumare, praticare culto, che ci siano inferriate alle finestre). Questo il terzetto di decisioni della Corte dei giustizia dell’unione europea, datate 25 luglio 2018 e rese rispettivamente nelle cause n. 216/18, 268-17 e 220-18.

I principi di diritto mirano a contornare l’istituto dell’arresto europeo, che è un fondamentale pilastro della collaborazione giudiziaria tra gli stati del vecchio continente. Il quadro che emerge offre la non consolante constatazione di persistenti problemi di rispetto dei diritti umani anche in Europa. Ma passiamo al contenuto delle decisioni.

Processo equo. Non si può eseguire un arresto europeo ai danni di una persona che rischia in patria un processo iniquo (sentenza nella causa C-216/18). Il caso è della Polonia dove, secondo i giudici del Lussemburgo, non è assicurata l’imparzialità e l’indipendenza della magistratura. Nel caso specifico si è rilevato ad esempio che il ministro della giustizia ha poteri disciplinari nei confronti dei giudici, e che sono prevalenti le nomine politiche dei membri del consiglio nazionale della magistratura. Le carenze sistemiche o generalizzate, idonee a incidere a livello dei giudici competenti a conoscere del caso del ricercato, bloccano il mandato d’arresto europeo.

Carcere disumano. Prima di eseguire un mandato di arresto europeo, si deve escludere in concreto il rischio di trattamento inumano. Non è sufficiente a bloccare l’arresto la possibilità astratta dell’arrestato di contestare le condizioni di detenzione (sent. C-220/18).

L’esame, prima dell’esecuzione di un mandato d’arresto europeo, delle condizioni di detenzione nello stato che ha chiesto l’arresto, secondo la corte di giustizia, deve limitarsi agli istituti penitenziari nei quali sia concretamente previsto che la persona interessata sarà detenuta.

La Corte Ue precisa che le autorità sono tenute unicamente ad esaminare le condizioni di detenzione negli istituti penitenziari di prima destinazione, anche se temporanea o transitoria. La situazione di altri istituti penitenziari, dove la persona potrebbe eventualmente essere incarcerata in seguito, non ha rilievo. Inoltre, si deve verificare solo le condizioni di detenzione rilevanti ai fini di stabilire se essa correrà un rischio reale di trattamento inumano o degradante. Non bloccano l’arresto, invece, le limitazioni alla pratica di un culto, alla possibilità di fumare, alle modalità di lavaggio dei vestiti o l’installazione di sbarre alle finestre delle celle.

Testimone archiviato. Non blocca l’arresto europeo la chiusura di indagini in cui la persona interessata è stata sentita solo come testimone e non è stata indagata (sent. C-268/17). Per bloccare l’arresto il soggetto coinvolto deve essere stato giudicato con sentenza definitiva oppure deve essere stato prosciolto da un fatto di cui sia stato accusato. Nel caso specifico, la corte Ue si è trovata di fronte a indagini preliminari condotte da autorità ungheresi non a carico della persona di cui si è chiesto l’arresto, ma contro ignoti.

L’esecuzione di un mandato d’arresto europeo non può, quindi, essere rifiutata sulla base del rilievo che una decisione del pubblico ministero ha posto fine alle indagini preliminari qualora, nel corso di queste, la persona ricercata sia stata sentita soltanto in veste di testimone e, senza che sia stata esercitata un’azione penale a suo carico e senza che tale decisione sia stata adottata nei confronti della stessa persona.

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