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L’Argentina rischia il crack bis

Non lasciarsi andare alla tentazione di chiudere tutto e andare, ma vagliare attentamente la situazione che si è venuta a creare e monitorare l’evoluzione degli eventi. È il consiglio per gli imprenditori italiani presenti in Argentina che arriva dai consulenti legali, alla luce del deteriorarsi dello scenario economico.

Torna lo spettro del crack

A dieci anni dal crack che aveva diffuso il panico dal Paese sudamericano a tutto il mondo, creando molti problemi ai risparmiatori italiani che avevano investito nei Tango Bond, la situazione sta tornando infatti critica.

Il presidente Cristina Kirchner ha reagito al peggioramento degli indicatori economici accelerando sul fronte del protezionismo e dell’autarchia, con la conseguenza che in pochi mesi sono usciti dal paese capitali per l’equivalente di 20 miliardi di euro. Complice l’opacità dei dati sull’inflazione, che fonti non ufficiali stimano ormai intorno al 30% (tre volte in più di quello ufficiale).

Per Cristian Billardi, partner dello studio Uckmar di Buenos Aires, «la situazione attuale è la conseguenza del mancato rispetto della par conditio creditorum che abbiamo denunciato formalmente come Studio nel 2003 innanzi all’autorità argentina, laddove si prevedeva un pagamento del 100% al fondo monetario, mentre agli altri si offriva una riduzione sostanziale del capitale».

Da qui l’invito di Billardi a monitorare con attenzione l’evolversi della situazione.

A rischio i settori strategici

Per Nunzio Bevilacqua, avvocato e consulente di diverse aziende italiane impegnate in Argentina, il paese «sta vivendo un ritorno al passato ed è difficile dire quale sarà l’evoluzione nel medio termine».

Di certo, a correre i maggiori rischi in questa fase sono le imprese che operano in settori ritenuti strategici per l’autosufficienza del Paese, come energia, telecomunicazioni, trasporti e approvvigionamenti. «Il vero problema non è tanto un nuovo e ormai probabile default, potremmo dire ciclico a circa dieci anni dal precedente, ma la deriva nazionalistica che sta pervadendo l’economia per cui lo stesso default rappresenti il momento di conclamazione, lo “squarcio del velo”», sottolinea l’avvocato.

La situazione non è agevole anche per le imprese che vendono prodotti importati. «In questo caso non c’è il rischio di nazionalizzazione», spiega Bevilacqua, «ma già da qualche mese si assiste a una serie di chiusure, a causa delle politiche protezionistiche che rendono care e complicate le importazioni».

A questo va aggiunto che l’inflazione galoppante spesso annacqua i margini sui beni acquisiti (nel periodo di tempo che va dall’acquisto alla rivendita), né si può pensare di alzare troppo i prezzi a fronte della crisi economica in atto. La situazione appare migliore per le imprese che producono e vendono nel Paese e che dipendono solo in misura marginale dall’estero: per loro i rischi sono ridotti, almeno per il momento.

Se l’Argentina, dunque, si sta indirizzando verso forme di nazionalizzazione sempre più spinte, come muoversi per continuare il promettente mercato sudamericano? Per Bevilacqua, un mercato molto interessante è il Cile, «paese evoluto culturalmente e serio economicamente, che guarda più alle economie del Pacifico che a quelle confinanti. La richiesta infrastrutturale in crescita attrae imprese dell’indotto delle costruzioni e si è creato un terreno fertile anche per le imprese tecnologiche», conclude.

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