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L’Argentina resta presa al lazo

L’Argentina si ritrova nei guai per colpa, secondo Buenos Aires, della giustizia americana. Secondo un tribunale di Manhattan, il paese dell’America latina dovrebbe rimborsare a due fondi statunitensi il 100% del valore di titoli statali falliti nel 2001 quando, al resto dei creditori, è stato riconosciuto un indennizzo ben inferiore. E la richiesta, criticata anche dalla Francia del presidente socialista François Hollande, metterebbe in serie difficoltà l’Argentina, stretta da una nuova crisi valutaria, e riporterebbe alla porta quei creditori che avevano chiuso la partita anche a livello giuridico.

Il contrattacco dell’Argentina. L’Argentina, ha spiegato il francese Les Echos, non cede però ai tribunali Usa e va all’attacco dei fondi «avvoltoio»: nonostante la sentenza del tribunale di New York, ha ribadito il ministro dell’economia Hernan Lorenzino, ai bondholder americani saranno riconosciute le stesse condizioni concordate con i creditori che hanno accettato nel 2005 e nel 2010 la ristrutturazione del debito di Buenos Aires. Il governo argentino, ha spiegato il ministro, ha deciso di «non pagare ai fondi avvoltoi niente di diverso da ciò che si è impegnato a pagare al 93%» dei creditori dei tango bond, quelli che hanno accettato il concambio (il rapporto con il quale vengono scambiate azioni vecchie con le nuove). «Non cambieremo la nostra linea», ha aggiunto.

La sentenza del tribunale di Manhattan. Nei giorni scorsi il giudice del Southern District di Manhattan, Thomas Griesa, aveva dato ragione alla richiesta dei fondi Usa (Nml Capital e Aurelius), che avevano acquistato dai detentori pacchetti di obbligazioni per 1,33 miliardi di dollari (0,45% del totale in default), di ottenere dall’Argentina un rimborso pari al 100% del debito. Ma la condanna in appello dell’Argentina è attualmente in sospeso, dato che Buenos Aires ha presentato un ricorso alla Corte suprema degli Stati Uniti. La questione torna al centro del dibattito dopo il default dell’Argentina da 100 miliardi di dollari nel 2001. A seguito delle due operazioni di ristrutturazione che hanno avuto luogo nel 2005 e nel 2010, il 93% dei creditori è stato indennizzato con una cifra compresa tra il 25% e il 29% dei loro crediti, ha ricordato Les Echos.

Richiesta e ricorsi. «La sentenza di Grisea ci riporta a un passato che pensavamo sepolto e che ci condiziona il presente», ha lamentato Lorenzino. Rivendicando il diritto a difendere «la sovranità del nostro paese», il ministro ha tuttavia minacciato che «la richiesta di uno 0,45% di titolari del debito è un male per il 93% che ha accettato il concambio». Sullo sfondo infatti, non ci sarebbero solo il ricorso dei bondholder italiani della Task Force Argentina (che potrebbero ottenere a novembre una sentenza definita presso il tribunale internazionale dell’Icsid) ma anche eventuali ricorsi di chi ha accettato il concambio e che potrebbe denunciare discriminazioni di trattamento, nonostante il documento siglato a suo tempo chiuda la porta a successive rivendicazioni giudiziarie.

L’appoggio della Francia. Ma a prendere le difese dell’Argentina nelle scorse settimane è stato anche il ministro delle finanze francese, Pierre Moscovici, che ha annunciato che si rivolgerà alla Corte Suprema degli Stati Uniti per scongiurare una decisione capestro a svantaggio dell’Argentina, ma soprattutto dell’intero sistema finanziario internazionale.

La nuova crisi argentina e il nodo delle riserve. Del resto, dodici anni dopo the big one, il default, secondo Moscovici e non solo, è meglio guardare avanti. Con l’accettazione del ricorso dei due gruppi americani l’istituto della ristrutturazione perderebbe ogni fondamento giuridico. Ma, soprattutto, sembrerebbe poco sensato spingere di nuovo l’Argentina nel baratro. Nel biennio 2010-2011 si stima che i prezzi siano cresciuti del 54%, mentre il cambio ha ceduto solo del 12%.La competitività dei prodotti argentini è andata a picco, e il saldo delle partite correnti è tornato negativo per la prima volta dal 2001. Il governo sta tentando di recuperare valuta straniera con metodi come i Cedin, che dovrebbero far emergere i dollari imboscati dagli argentini, ma se le riserve di valuta dovessero continuare a ridursi, l’Argentina sarebbe costretta a svalutare il peso e il debito denominato in dollari diventerebbe difficilmente pagabile.

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