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L’Argentina minaccia un altro default sul debito

Più che tango un passo doble. L’Argentina ritratta, non è più disposta a negoziare con gli hedge funds americani. Quindi… indietro tutta, a distanza di poche ore. Un ripensamento che forse prefigura una tattica negoziale che cerca di confondere l’avversario (i tribunali degli Stati Uniti).
Il capo di gabinetto del Governo di Buenos Aires, Jorge Capitanich, ha dichiarato che l’Argentina «non sta preparando nessuna missione negli Stati Uniti» per negoziare con gli hedge fund dopo la sentenza della Corte suprema di Washington, che impone il rimborso integrale ai cosiddetti fondi buitre, avvoltoio.
Il dietrofront argentino
A irrigidire la linea degli argentini è stata la decisione della Corte d’appello Usa che ieri ha comunicato la sospensione della “misura cautelare” che avrebbe evitato all’Argentina il pagamento di 1,3 miliardi di dollari agli holdouts. Provvedimento che impedisce il rimborso dei titoli con scadenza al 30 giugno del debito ristrutturato.
Sullo sfondo lo spettro di un default che getterebbe nel marasma l’Argentina ma non farebbe sorridere i mercati internazionali. Che non hanno certo bisogno di ulteriore instabilità.
I termini dello scontro, lo ricordiamo, sono questi: la sentenza della Corte suprema, di alcuni giorni fa, impone all’Argentina il versamento di 1,3 miliardi di dollari agli hedge fund americani che non hanno accettato il concambio offerto da Buenos Aires; pagamento che dovrebbe avvenire prima di quello dovuto a chi ha accettato le ristrutturazioni del debito nel 2005 e nel 2010. L’Argentina non ci sta e ha definito “estorsione” la richiesta avanzata dagli Stati Uniti.
Da un punto di vista tecnico, la disposizione pari passu (trattamento uguale nei confronti dei creditori), uno dei punti nodali dello scontro, impedirebbe all’Argentina di pagare il 30 giugno i coupon del debito relativi ai crediti ristrutturati a meno che non paghi simultaneamente la totalità di quanto richiesto dagli hedge fund, e cioè 15 miliardi di dollari.
Dopo le prime reazioni, durissime, della presidenta Cristina Fernandez de Kirchner, intervenuta in tv, lunedì, a reti unificate, che ha definito “estorsiva” la richiesta americana, i segnali di fumo provienti dalla Casa Rosada parevano indicare la disponibilità al negoziato.
Ieri Capitanich ha escluso tale possibilità, confermando che Buenos Aires «mantiene la volontà di pagare» le proprie obbligazioni ma solo come «Paese sovrano», e quindi non per obbligo di un tribunale straniero.
La controparte, gli avvocati dei fondi buitres, avevano mostrato un’apertura: a New York, l’avvocato degli hedge fund Robert Cohen, aveva ribadito la disponibilità a negoziare.
Lo spettro della crisi ha indotto a intervenire anche JPMorgan secondo cui «la minaccia di un default potrebbe essere una tattica per guadagnare tempo, ritardando l’attuazione degli ordini della giustizia o per mettere i titolari di bond che non hanno accettato il concambio in una posizione più debole».
Riflessi sui Tango bond
Le vicende inerenti il debito argentino suscitano, come riflesso condizionato, grande interesse nella comunità di risparmiatori italiani, i possessori di Tango bond. Sia tra coloro che hanno aderito ai concambi proposti dal Governo argentino, sia tra i pochi che ne sono rimasti fuori e che sono sostenuti dalla task force argentina, guidata da Nicola Stock.
Il sottosegretario agli Esteri, Mario Giro, ieri ha dichiarato che non si immaginano «pericoli nell’immediato né per l’Italia né per l’Argentina». Lo ha ricordato a margine della riunione del Consiglio dei delegati dell’Istituto italo-latino americano.
Giro ha poi ricordato che il 95% dei possessori di Tango bond aveva accettato l’accordo con l’Argentina. «Ora vediamo – ha detto – se l’ultima parte può rinegoziare».
L’Argentina, ha aggiunto, ha partecipato al Club di Parigi e ha «ripreso i suoi contatti con il Fondo monetario internazionale. Non credo che ci siano pericoli».
Secondo la Task force argentina (Tfa), Buenos Aires dovrebbe avviare le trattative e cercare un accordo con tutti i creditori, inclusi gli italiani impegnati nell’arbitrato al tribunale della Banca mondiale. Tfa conclude che la decisione della Corte Suprema americana lascia inalterati i diritti dei titolari di bond italiani.

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