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L’Argentina a un passo dal nuovo default

È IL giorno del giudizio per l’Argentina. Il giorno nel quale potrebbe diventare inevitabile la nuova bancarotta a tredici anni da quella, molto più disastrosa, del 2001. Ad osservarlo nei suoi particolari questo nuovo, possibile, shock del debito assomiglia davvero alla tragedia che si ripete in farsa. I personaggi sulla scena sono un giudice di New York, il governo di Buenos Aires, e tre fondi di investimento (il più importante dei quali è quello del miliardario americano Paul Singer), che nei mesi successivi al default d’inizio secolo rastrellarono sul mercato bond argentini pagandoli, visto che erano all’epoca carta straccia, pochi dollari. I tre fondi non hanno mai accettato di entrare nelle due ristrutturazioni del debito fatte dall’Argentina, nel 2005 e nel 2010, ed hanno sempre preteso di avere il 100 percento del valore nominale dei buoni del tesoro in loro possesso. Con le due ristrutturazioni l’Argentina raggiunse un accordo con più del 93 percento dei creditori che, pur di riavere qualcosa, aderirono ad un taglio fra il 60 e il 70 percento del valore dei loro crediti. Debiti che l’Argentina ha regolarmente onorato.

Ad un certo punto però, nel novembre 2012, i tre hedge fund hanno vinto la causa giudiziaria ottenendo dal giudice di New York Thomas Griesa una sentenza che costringe Buenos Aires a pagare il 100 percento del valore nominale dei bond più interessi. Fanno circa un miliardo e cento milioni di euro. Briciole rispetto ai 100 miliardi del botto argentino del 2001. Nella sentenza Griesa stabilì anche che, se Buenos Aires non pagava gli hedge fund, i soldi depositati nelle banche americane per estinguere le rate del resto del debito andavano sottoposti ad embargo. Ed è quello che è successo un mese fa. E che nelle prossime ore potrebbe mandare di nuovo in default il paese sudamericano perché non può, per l’embargo, onorare la rata da mezzo miliardo di euro con i suoi creditori. A meno che l’impiccio all’improvviso non si sciolga.
Ma si può sciogliere solo se in extremis il governo di Buenos Aires raggiungesse un accordo con i fondi, oppure se — come fece un anno fa — il giudice Griesa concedesse all’Argentina una sospensione della sentenza e togliesse l’embargo ai soldi depositati nella Banca di New York. Scenari vaghissimi ieri sera mentre Christine Lagarde, il direttore dell’Fmi, rassicurava i mercati internazionali sul fatto che un default argentino non avrebbe poi gravi ripercussioni, almeno fuori dall’Argentina.
«Sebbene un default sia sempre spiacevole, non crediamo — ha detto Lagarde — che avrebbe conseguenze sostanziali all’esterno ». L’argomento di Buenos Aires per respingere la sentenza di Griesa è la clausola “Rufo” (Rights upon future offer) contenuta nell’accordo con tutti gli altri creditori che potrebbero rivalersi se l’Argentina pagasse come vuole Griesa il totale del valore dei bond a tre fondi.
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