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L’arbitro Consob: PopVicenza risarcisca i soci

Quattro decisioni, favorevoli agli ex soci della Popolare di Vicenza contro la banca. Cinquanta pagine in tutto, che nelle migliaia di azionisti azzerati dal crac accendono la speranza di riavere indietro i soldi che hanno perso con il crollo dell’azione, scesa da 62,50 euro a 10 centesimi dopo il passaggio al fondo Atlante nell’aprile 2016.
Ad accogliere i ricorsi – i primi, per un pacchetto di un migliaio già presentati – è l’arbitro per le controversie finanziarie, creato da Consob e attivo dallo scorso 7 gennaio. Le quattro decisioni riconoscono risarcimenti ad altrettanti ex soci. A tre, perché penalizzati dal fatto che la banca nel 2014 non avrebbe garantito loro la vendita dei titoli, privilegiando altri azionisti. A uno, perché danneggiato dal fatto che BpVi (mai citata nei provvedimenti) avrebbe venduto azioni come condizione necessaria per la concessione di un prestito, violando la direttiva Mifid, che impone di vendere prodotti finanziari solo a chi è in grado di capire cosa sta comprando.
L’arbitro indica alla banca di versare ai quattro ex soci importi che variano fra il 60 e il 100 percento del valore delle azioni un tempo detenute. Le decisioni hanno forma di lodo, non di sentenza. Se da un lato la banca nonpuò impugnarle, quindi, nemmeno ha l’obbligo di pagare. Se deciderà di non farlo, i ricorrenti potranno avviare cause civili, replicando in tribunale il ricorso presentato all’Arbitro.
Allo scorso 2 giugno, i ricorsi presentati all’arbitro erano 827. È ragionevole pensare che molti riguardino Veneto Banca e soprattutto BpVi. Ieri – sull’onda dei primi quattro pronunciamenti, sbandierati su Facebook come trofei dalle associazioni degli ex soci – si sarebbe superata quota 1.100 ricorsi.
Hanno diritto a presentarsi all’arbitro gli ex soci che non hanno altre mediazioni in corso: nel caso di BpVi, coloro che lo scorso marzo non hanno accettato la transazione proposta dalla banca. Un risarcimento di 9 euro per azione, pari al 14,4 percento dei 62,50 euro che valeva. Ad aderire furono 66.770 ex azionisti, il 71,9 percento dei 94mila totali (società e investitori istituzionali erano esclusi). Quindi, a conti fatti, potrebbero presentare ricorso alla Consob circa 27mila risparmiatori. Un pacchetto di titoli il cui valore al momento del crollo poteva valere 500 milioni. Una somma che – se tutti i 27mila facessero ricorso – potrebbe impensierire non poco l’attuale gestione della banca. Che, dal canto suo, non commenta le decisioni dell’Acf, né dice se intende risarcire i primi ricorrenti vittoriosi.
Nel dare ragione a uno dei ricorrenti, il collegio arbitrale scrive che la banca – quando presidente del cda era Gianni Zonin, e direttore generale Samuele Sorato – avrebbe indotto i clienti «al compimento di investimenti, cui non erano in realtà interessati, facendo leva sulla prospettazione del conseguimento di vantaggi » nella concessione di credito. In pratica, il meccanismo di «operazioni baciate» che è alla base dell’inchiesta penale aperta Vicenza con indagati dieci ex uomini di vertice di BpVi, per i reati di aggiotaggio e ostacolo alla vigilanza.
Matteo Moschini, avvocato che assiste ottocento ex soci di BpVi e Veneto Banca, commenta: «Le decisioni dell’arbitro dimostrano che si intende applicare la normativa in maniera severa, nei confronti di quelle banche che hanno agito in modo irregolare ». La doppia incognita riguarda ora l’atteggiamento di BpVi sui risarcimenti e il futuro orientamento dei giudici civili, se la banca deciderà di non pagare.

Franco Vanni

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