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L’appello del Colle per uscire dall’impasse evitare il gioco al massacro della politica

LE PROCURE indagano, in un crescendo di ipotesi di reato e di indiscrezioni ancora difficilmente decifrabili. I partiti si rimpallano pratiche spartitorie e lottizzatorie, che effettivamente ci sono state e ci sono tuttora. I risparmiatori italiani sono smarriti, e cominciano a temere per i loro conti correnti. Gli investitori internazionali inorridiscono, e tornano a pensare che il Belpaese, torbido e inaffidabile, in fondo non cambierà mai. In questo clima, Napolitano lancia un messaggio che vuole essere, al tempo stesso, di rassicurazione e di responsabilità istituzionale. Quella di Siena, allo stato attuale, è un’orribile storia di manager infedeli che, all’ombra delle Fondazioni bancarie trasformate in cinghia di trasmissione degli enti locali, hanno compiuto trucchi contabili e falsi in bilancio, nascondendo documenti nelle casseforti toscane e fondi occulti nelle finanziarie estere. Le inchieste faranno il loro corso. Ma ipotizzare fin da ora che questo groviglio celi la “madre di tutte le tangenti”, e che a insabbiarlo siano stati in questi ultimi quattro anni i vertici della Banca d’Italia, è un atto di cinismo e di auolesionismo. Gli effetti potrebbero essere devastanti. Per la tenuta del sistema bancario, per il prestigio degli organi di controllo, e dunque per l’immagine stessa dell’Italia. Può darsi che nel monitoraggio del Montepaschi non tutto abbia funzionato alla perfezione. I controlli sono stati senz’altro “asfissianti”, ma è pur vero che per arrivare alla rimozione del trio Mussari-Vigni-Baldassarri ci sono voluti più di due anni. La disciplina della vigilanza va ripensata e rafforzata. Lo stesso Direttorio di via Nazionale lo chiede espressamente. Ma di qui alla caccia alle streghe ce ne corre.
L’appello del Quirinale è rivolto innanzitutto alla politica. Sul caso Mps la sinistra e il Pd scontano un retaggio di cui, dalla vicenda Unipol- Bnl in poi, non sono ancora riusciti a liberarsi. Ma sul Sistema-Siena la destra ha imbandito il solito, indecente banchetto, dove si divora qualunque cosa. Non solo la “sinistra bancaria”, ma anche la vigilanza creditizia di oggi e soprattutto di ieri. Il tentativo, fin troppo smaccato, è quello di regolare per via giudiziaria (in campagna elettorale) quei conti sospesi che il forzaleghismo non ha saputo o potuto regolare per via politica (quando ha governato). Per questo Tremonti critica Ignazio Visco, e attacca soprattutto Mario Draghi. La stessa cosa fanno schegge impazzite pidielline (che dimenticano gli scandali del Credito Cooperativo Fioun rentino di Denis Verdini) e truppe cammellate leghiste (che scordano il saccheggio delle quote latte attraverso la Credieuronord). L’unica eccezione, stavolta, è proprio Silvio Berlusconi, che benedice la nazionalizzazione perché «una grande banca non si può mai far fallire».
Può sembrare un paradosso. Ma il suo non è un sussulto di buon senso. Semmai un rigurgito di cattiva coscienza. Il Cavaliere, almeno lui, ricorda bene che è del Montepaschi, filiale di Arcore, il conto corrente numero 1 sul quale sono transitati in questi anni oltre 20 milioni
di euro di “sussidi” alle sue amate olgettine, distribuiti mensilmente dal fido ragionier Giuseppe Spinelli. E ricorda ancora meglio che su altrettanti depositi miliardari presso il Montepaschi transita la liquidità delle Holding Italiana Prima, Seconda, Terza e Ottava, con le quali lo stesso Berlusconi controlla la Fininvest, e delle Holding Italiana Quarta e Quinta, dalle quali si approvvigionano Marina e Piersilvio. L’ennesima conferma che, come si dice in Consob, sul piano politico «Mps è uno scandalo che non ha un solo colore, ma tutti i colori».
L’appello del Quirinale è rivolto anche alla magistratura, di cui va rispettata la «totale autonomia». I pm svolgano il loro compito, senza remore né riguardi. Ma nella gestione dei fascicoli, sappiano anche loro che stanno maneggiando una materia «esplosiva», come ha detto lo stesso procuratore di Siena, e che il risparmio è addirittura valore tutelato dalla Costituzione. La rincorsa tra Procure, innescata da quella di Trani, fa sicuramente scalpore, ma non è detto che aiuti a individuare più in fretta le colpe e i reati, e a irrogare con più efficacia le sanzioni e le pene.
L’appello del Quirinale sembra infine rivolto anche all’informazione, preziosa nel «far luce su situazioni oscure e comportamenti devianti ». Ma anche i mass media, chiede Napolitano, devono avere a cuore la «salvaguardia del patrimonio di credibilità e di prestigio, anche fuori dall’Italia, di storiche istituzioni pubbliche di garanzia». Il senso di queste affermazioni è chiarissimo, ed è condivisibile. Napolitano cerca di mettere al riparo la Banca d’Italia e l’operato dei suoi ispettori, che hanno esercitato «minuziosamente» e «con il tradizionale rigore» i loro compiti. E vuole mettere al riparo soprattutto Draghi, che in Germania già comincia a pagare una certa ostilità da parte dell’establishment e dei giornali più vicini all’ortodossia monetaria della Bundesbank.
Infilare la Banca d’Italia nel tritacarne delle polemiche e delle accuse, «sporcando» il profilo dell’italiano che oggi rappresenta al più alto livello il prestigio della nazione, è un gioco al massacro che non salva e non conviene a nessuno. Tanto più se si “gioca” non per fare piena luce sui fatti, ma per lucrare solo una misera rendita elettorale. Questo è tutto vero. Ed è tutto giusto. Palazzo Koch e l’Eurotower, per questo Paese, sono due trincee che vanno difese, non minacciate o colpite da un dissennato “fuoco amico”. Tutto questo, sempre nella ricerca e nel rispetto della verità, che alla libera stampa sta a cuore più di ogni altra cosa.

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