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L’anti-evasione ha le armi spuntate

Tra i grandi Paesi europei l’Italia ha la più alta evasione fiscale. L’Ocse ha cifrato la nostra economia sommersa al 27% del Pil con una ricaduta pari a 180 miliardi euro che ogni anno non entrano nelle casse dello Stato.
Da lustri la lotta all’evasione è nei programmi dei governi che si sono susseguiti con scarsi risultati come dimostrano i dati Ocse aggiornati al 2012. La diffusione di Internet e la potenza delle Rete avrebbe dovuto restringere quasi a zero il paradiso dei furbi ma così non è stato. Il paradosso è che l’Italia ha un altro impensabile primato: intorno al sistema fiscale sono state create 129 banche dati. Peccato che tra di loro non sempre comunicano. E soprattutto fanno fatica a connettersi con le amministrazioni degli enti locali, proprio quelle che in nome del federalismo dovrebbero attrezzarsi per diventare i veri sceriffi delle tasse.
Senza incroci
La denuncia di questa assurda situazione è stata fatta da Confindustria Digitale che, peraltro, si è limitata a ricordare le conclusioni fatte dall’indagine conoscitiva parlamentare «sull’Anagrafe tributaria nella prospettiva del federalismo fiscale e il sistema delle banche dati nel contrasto all’evasione fiscale». Al termine di un lunghissimo iter (la commissione è partita il 17 dicembre del 2008), quattro anni, tre giorni e tre governi dopo, il 20 dicembre scorso è stato partorito un malloppo di 180 pagine che è finito quasi subito nel dimenticatoio. Eppure il lavoro, coordinato dall’esperto tributario ed ex deputato Maurizio Leo, è arrivato a conclusioni preoccupanti. «Nonostante le possibilità di accesso al patrimonio di dati dell’Anagrafe tributaria — si legge — un numero elevato di enti territoriali (in prevalenza Comuni) non utilizza le informazioni disponibili». E quindi addio controlli incrociati tra redditi e proprietari di immobili, per esempio, o tra consumi di energia e partite Iva che sono l’abc per qualsiasi attività di monitoraggio fiscale.
Il motivo? Comuni ormai senza risorse finanziarie per i mancati trasferimenti e la continua spending review non hanno i soldi per aggiornare i software e per assumere o formare personale specializzato. Maurizio Leo conferma: «Molte banche dati tra loro non dialogano e anche quando lo fanno manca un sistema omogeneo per scambiare i dati». Un esempio banale è quello della scrittura dei nomi, il «Di» del cognome scritto maiuscolo o minuscolo è sufficiente per bloccare una ricerca. Ma che si può fare, chiediamo a Leo, bisogna aspettare che entri in funzione l’Agenzia digitale? «Certo male non farebbe — risponde l’ex presidente della commissione — ma per superare questa incomunicabilità basterebbe una circolare della presidenza del Consiglio che obblighi tutte le banche dati a munirsi dello stesso software e degli stessi codici di immissione».
«Questa storia dell’incomunicabilità per cui la maggior parte delle strutture della pubblica amministrazione tra loro non parlano — spiega il presidente di Confindustria Digitale Stefano Parisi — è un problema ben noto all’Agenzia che si deve occupare solo di queste cose. Inutile fare i blitz estivi sui suv, basta investire nella interconnessione digitale per recuperare alla grande le spese fatte, sul futuro dell’Agenzia mi auguro che il presidente del Consiglio Enrico Letta se ne occupi direttamente».
Centralismo
In via Liszt a Roma, sede dell’Agenzia, i tecnici stanno intanto lavorando per realizzare entro il 2015 — come impone la legge —- la base anagrafica centralizzata che dovrebbe essere il perno su cui ruoterà tutto il sistema fiscale e informativo. «Ce ne stiamo occupando insieme al Viminale e alla Sogei — spiega il direttore dell’Agenzia per l’Italia digitale Agostino Ragosa — ed entro due anni dovremo anche dialogare col resto d’Europa». I danni per gli accertamenti fiscali, con l’attuale sistema delle banche dati che non comunicano sono notevoli. Se la Guardia di Finanza di Milano scopre una società sospetta ma controllata da un cittadino residente a Catanzaro, per esempio, gli ispettori non sono in grado di controllarne online i dati ma devono contattare il Comune. Altro esempio incredibile riguarda le cartelle esattoriali: per avere la validità di consegna l’Agenzia delle Entrate deve chiedere al Comune di certificare l’indirizzo in modo da avere la certezza di raggiungere il contribuente moroso.

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